Vandana Shiva: per una Democrazia della Terra

Nel corso di tre incontri con la fisica e attivista indiana, Vandana Shiva, ci ha raccontato i mali per il mondo a causa delle corporation tipo Monsanto-Bayer e Coca-Cola, ma non solo

 

“Il nostro mondo non è in vendita…” Vandana Shiva è in lotta perenne contro le multinazionali e ogni altra forma di corporation che stanno annichilendo le nostre esistenze, affinché “seme dopo seme, pianta dopo pianta, contadino dopo contadino, comunità dopo comunità, paese dopo paese, potremo vincere!” Così aveva dichiarato a Torino nel 2004 in occasione della manifestazione Terra Madre a Slow Food, e l’abbiamo appreso dall’interessante documentario girato da Pea Holmquist e Suzanne Khardalian intitolato Bullshit in onore alla “merda di vacca” utilizzata in India come combustibile, ma anche alle “cavolate” dette da chi pensa di aver trovato la chiave per la ricchezza agricola nei tanto famigerati ogm (sono questi, infatti, i due significati della parola inglese bullshit, nel senso letterale vuol dire merda di vacca e nel senso figurativo stupidata).

I due filmmaker svedesi hanno seguito Vandana Shiva per due anni (dal 2003 al Wto-Meeting a Cancun fino a tutto il 2004) nelle sue lotte contro la Monsanto, contro i brevetti applicati arbitrariamente, come per esempio, tra gli altri, ai semi dell’albero Neem (la pianta millenaria indiana dalle innumerevoli qualità benefiche) per cui la fisica indiana aveva fatto appello anche alla Commissione brevetti europea a Monaco, e alla fine aveva vinto la causa! Il film mostra inoltre la grande lotta condotta nello stato del Kerala, nel sud dell’India, contro la fabbrica della Coca-Cola a Plachimada, che per anni aveva rubato e inquinato l’acqua nella zona finché nel 2004 dovette chiudere per ordine della Corte Suprema indiana. Nelle numerose sequenze in cui vediamo la fisica-attivista nella sua fattoria chiamata Navdanya, nel nord dell’India ai piedi dell’Himalaya, lei ci spiega invece l’agricoltura all’insegna della biodiversità coltivata (e insegnata) in quel sito: come preservare i semi preziosi di un cereale che cresce con pochissima acqua e dona tanto potere nutrizionale al corpo umano, ottimo per risparmiare acqua e al contempo produrre più cibo.

Al contrario, negli uffici della Monsanto a Mumbai, costruiti come un giardino con piante finte e impronte di lucertola sul pavimento, asettici quanto i loro semi ogm, si parla di crimine contro l’umanità, se si lasciano non vagliate le prosperose possibilità di aiuto (le loro, ovviamente) ai poveri… Questi aiuti sotto forma di semi artefatti che nel processo di crescita necessitano di tanti pesticidi, estranei alla cultura agricola indiana (e non solo), nonché costosissimi, avevano condotto a tante morti tra i contadini nel Punjab, nel Kerala e nell’Andra Pradesh: c’erano stati innumerevoli suicidi che fino al 1996, anno in cui la Monsanto era sbarcata in India, non c’erano mai stati prima. Ne abbiamo parlato con Vandana Shiva in occasione di uno dei suoi tanti viaggi in Italia.


 

Intervista

  • Mi può spiegare meglio i suicidi di tanti agricoltori, di cui si era parlato anche nei nostri media, e soprattutto nel film Bullshit?

La ragione per cui qualcuno produce cibo durante la propria vita è la riproduzione della vita. Purtroppo la globalizzazione ha cambiato le condizioni dell’agricoltura e innanzitutto i semi, il primo elemento della catena alimentare. I semi oramai appartengono a mercati molto importanti e a partire da ciò si è sviluppata la questione dei diritti di proprietà intellettuale (Intellectual Property Rights). Un manipolo di multinazionali controllano la fornitura di sementi e li vendono a carissimo prezzo agli agricoltori. I semi di cotone in India costano 1600 rupie (ca. 30 euro) per un sacco di 40/50kg, di cui 1200 rupie sono royalties pagate a chi detiene i diritti di proprietà, cioè la Monsanto. Queste sementi hanno bisogno di molti prodotti chimici e di molta irrigazione. Il costo di tutti questi elementi porta gli agricoltori a fare grandi debiti. Dopo la semina accade che le piante non reggano, i semi non siano affidabili, i raccolti un fallimento. La Monsanto aveva dichiarato che da una semina ci si poteva aspettare 50 quintali di cotone, mentre il risultato medio era di 200 kg. Ovviamente i dati ufficiali sono quelli della Monsanto, mentre quelli reali degli agricoltori non sono diffusi. La combinazione tra debiti alti e bassi rientri economici porta alla rovina, e i bassi rientri sono dovuti anche al fatto che nel commercio internazionale delle merci agricole gli Stati Uniti danno 4 miliardi di dollari di sussidi, così che il prezzo del cotone sul mercato mondiale sia la metà di quel che dovrebbe essere. Quando i prezzi si riducono così tanto, non è possibile recuperare i costi sostenuti e ciò spreme gli agricoltori – nel vero senso della parola – fino alla morte. Quando gli agricoltori arrivano a capire che non potranno restituire il debito, sono già in trappola, perché ormai è troppo tardi e hanno un debito per la vita.

  • Cosa si può fare per impedire questo?

Il 10 maggio 2006 è iniziato un progetto per l’autoproduzione dei semi – chiamato bijiathra – per creare speranza per gli agricoltori. Abbiamo scelto quella data essendo l’anniversario del nostro primo movimento per l’indipendenza dalle East Indian Companies (accadde nel 1857, ndr), per ricordare loro che non sono la terra e i semi a derubarli delle loro vite, ma le corporations. Così, invece di girare la schiena alla terra, essi dovrebbero girarla alla Monsanto: utilizzare i semi locali li riporterà alla prosperità.

  • Nel film si vede che la campagna contro la Coca Cola nel Kerala ha raggiunto i suoi obiettivi. Lei pensa che questo sia avvenuto anche perché è uno stato con forti radici comuniste?

Quando ho iniziato a sostenere le comunità locali in Kerala, il governo comunista ha sostenuto la Coca Cola. Avevano dato sussidi alla multinazionale e concesso la possibilità di agire in un regime fiscale preferenziale. È stato necessario il movimento per imbarazzare i politici della sinistra e farli uscire a fianco della gente. La chiusura dell’impianto non è legata al tipo di governo che c’è in Kerala, ma all’alleanza che abbiamo costruito, al sostegno dato ai movimenti locali e alla determinazione di donne come Malayama che hanno guidato quel movimento. Lei disse: “noi moriremo piuttosto che essere uccisi da questa multinazionale a causa della mancanza d’acqua”. La prima volta che l’ho vista, mi aveva detto: “ho un messaggio: chiunque beve Coca Cola, sta bevendo il sangue della gente”. Vedo la Coca Cola con occhi diversi ora, non la bevo più e non bevo neppure la loro acqua. Perché non è loro, quell’acqua, è rubata! I movimenti contro la Coca Cola in tutto il mondo, in solidarietà con la lotta che si stava svolgendo in Kerala, presero decisioni simili. Ci sono state università negli Usa che hanno rinunciato alla Coca Cola. Alla fine non penso che sia una questione di destra o di sinistra, ma di Earth Democracy.

  • Cosa intende per questo concetto?

Ne parlo nel mio libro (in Italia è uscito con il titolo Per il bene comune della terra, ndr) e quando parlo di Earth Democracy sto cercando di catturare l’idea che essere democratici oggi significa esserlo nel modo in cui usiamo l’acqua, in cui coltiviamo il nostro cibo. Earth Democracy per me è una democrazia che include tutta la Terra. Non intendo la democrazia unicamente come elezioni fatte ogni tanto, la intendo come un concetto da proporre nella vita di ogni giorno. Perché si può votare o non votare, in ogni caso il resto dei quattro o cinque anni della legislatura non si avrà più nessuna partecipazione nel definire le condizioni della propria vita. E ogni sistema, in cui le persone non decidono la forma del loro vivere o le condizioni per evitare la loro morte, non è un sistema di libertà. È una democrazia vuota. Per me Earth Democracy significa collegare le condizioni per la sopravvivenza ecologica con l’invenzione di un nuovo tipo di libertà. Una libertà nella responsabilità. Responsabilità ecologica e responsabilità verso le nostre specie.

 

  • Ci può dare una breve definizione dell’universo indiano della biodiversità?

Nella nostra cultura tutti gli esseri compongono un’unica famiglia, non ci sono specie inferiori a quella umana. Noi non siamo qui per dominare ma per cooperare con le altre specie, essere in pace con loro, saper riconoscere i loro bisogni e al tempo stesso saper prendere il minimo per soddisfare i nostri. Le donne come esperte di questa scienza tradizionale, hanno sempre utilizzato tecniche non violente: il vitello ha abbastanza latte e c’è latte anche per i bambini; la foresta è abitata da una gamma di specie sufficientemente vasta e c’è anche legna per il focolare. In questo modo tutto è sostenibile, perché sempre i bisogni degli altri sono tenuti in considerazione.

  • Com’è possibile allora il diffondersi anche in India di un’economia e di tecniche monoculture che andranno a distruggere la loro complessità ?

Le donne, grazie anche al fatto che per via della divisione del lavoro hanno dovuto prendersi cura degli altri, hanno generato un’economia del dare anziché dell’appropriarsi. Dove sta la peculiarità scientifica, tecnologica, economica di tutto questo? Nella relazione che le donne hanno con la biodiversità, sia a causa della divisione del lavoro storicamente determinata, sia per i caratteri peculiari assunti dalla cultura pluralistica che si è sviluppata in India. Tutto ciò crea il contesto per lo sviluppo di una grande biodiversità, nonostante l’alto numero raggiunto dalla nostra popolazione, e di una conoscenza gestita dalle donne, soprattutto dalle donne più anziane. Ma a questo punto che cosa succede? Arriva un gruppo di uomini arroganti che pensano: “io posso possedere tutto questo, posso manipolare tutto questo, senza preoccuparmi di ciò che accade a voi, ai contadini, alle altre specie, purché io possa trarne profitto per un po’…”

  • Secondo Lei possono coesistere la cultura tradizionale e il cosiddetto progresso scientifico come si sta propagando nei paesi emergenti?

La ragione che continuo a portare a favore di un modo di vivere più pacifico, più generoso, più sostenibile – ragione che ho appreso vivendo nella mia società – è che quell’altro modo è troppo violento, troppo falso e ingannevole. Questa gente continua a proclamare di produrre di più, quando in realtà produce di meno, a pretendere di produrre scienza quando non crea altro che imbrogli. Tutta una parte della scienza di oggi non è altro che inganno e frode, una grande violazione dell’integrità e della verità. Io penso ciò che penso e dico quel che dico, perché per me si tratta di qualcosa che riguarda il nucleo più profondo del nostro essere. Non stiamo semplicemente parlando di una tecnologia oggi in uso, ma proprio di ciò che consideriamo la nostra verità più intima: l’essenza della nostra umanità. Perché la manipolazione genetica, l’ingegneria genetica e le biotecnologie non riguardano soltanto le altre specie, per quanto anche questo implicherebbe molto rispetto, ma noi stessi: siamo noi esseri umani a essere manipolati.

 

(Un gran grazie a Ferdinando Cerbone, Daniela Conti, Sandra Degiuli e Mauro Sandrini)