The Nomi Song

Un documentario a firma di Andrew Horn racconta l’arte sulle scene del genio musicale degli anni settanta/ottanta, Klaus Nomi, ammirato e sostenuto da David Bowie e Brian Eno

 

Ha l’aspetto di un alieno e canta come una diva: Klaus Nomi era uno dei personaggi più bizzarri degli anni settanta/ottanta, un controtenore che cantava la musica pop come la lirica portandola così nei club underground e facendola amare da un pubblico solitamente aperto solo a ritmi rock e punk.

Dice così la presentazione di The Nomi Song, visto alla Berlinale nella sezione Panorama Dokumente e che ha vinto il Teddy Award come miglior documentario 2004 “per la sua rappresentazione particolare della vita di un’icona pop gay androgina e al contempo dello spirito artistico culturale degli anni settanta e ottanta”.

L’arte, la musica, l’opera lirica, ecco cosa aveva segnato la vita di Klaus Nomi, cantante artista performer dell’avanguardia newyorkese, originario di Essen, trasferitosi a New York via Berlino nel 1967 e diventato l’antesignano della contaminazione dei generi, tra pop rock e lirica, dadaismo e space styling, vita e arte.

David Bowie

David Bowie lo aveva chiamato per affinità artistica, lui si esibiva nei club della Downtown, poi ha inciso due dischi – Klaus Nomi e Simple Man – e ha dato concerti a Parigi e in altre città d’Europa. Era una stella nascente dei primi anni ottanta, forse la più grande new wave rock star – esistita per un attimo però, in quanto di lì a poco avrebbe fatto un altro incontro fatale, anch’esso all’avanguardia allora, quello con il virus dell’Aids.

Klaus Nomi finora, purtroppo, è stato ricordato come la prima vittima famosa di quella che inizialmente venne chiamata la “peste dei gay”, e Andrew Horn – già autore nel 1997 di East Side Story, meraviglioso doc su Nico dei Velvet Underground – ha deciso di fare The Nomi Song per farlo ricordare per quello che era, un performer, regalandoci un documentario strepitoso che nella sua forma – un pastiche vorticoso fatto di foto, riprese in super8 delle performance, interviste con amici e collaboratori, montato a ritmo della sua musica – rispecchia la personalità estremamente eclettica di Klaus Nomi morto nell’agosto 1983.

“Ci sono ben sessanta minuti di musica nel film, 11 pezzi di Nomi ma anche brani di David Bowie, dei Wire, Aaron Day, Chi-Pig, ecc., tutti concessi gratuitamente, un fatto di cui sono molto contento perché pur non essendo questo un film a basso costo i diritti musicali spingono alle stelle un budget pur sempre limitato”, ci dice il regista incontrato al festival berlinese.


 

Intervista

  • Come è nato questo progetto?

Klaus Nomi

L’idea di fare un film sul personaggio di Klaus Nomi è arrivata dai produttori del documentario su Nico (la produzione è CV Films, Cameo Film Production con Zdf e Arte, ndr). Entrambi sono nati nella stessa regione in Germania, entrambi hanno vissuto l’underground musicale a New York ed entrambi soffrivano di una grande solitudine personale. Inoltre io stesso ho vissuto a New York negli anni in cui Klaus faceva il suo esordio in pieno boom della new wave, quindi per me aveva sempre più senso farlo.

  • Io conoscevo solo la musica di Klaus Nomi e mai avrei immaginato un simile artista astratto lirico spaziale. Come hai lavorato sui materiali per riuscire a esprimere nella forma del film l’essenza del personaggio?

È un po’ la summa del mio modo di lavorare da vent’anni ormai. E stranamente i fatti raccontati nel film sono un po’ quelli vissuti da me personalmente quando facevo il mio primo film Doomed Love, vent’anni fa, e che guarda caso fu presentato qui a Berlino al Forum. È come un cerchio che si chiude… Come Klaus, allora, eravamo in tanti: ognuno collaborava con altri per curare la propria arte e scambiarsi le idee. Klaus di per sé non era di grande inventiva, ma era come un magnete che attirava altre persone molto creative attorno a sé e per certi versi faceva da canale espressivo. Tutti conoscono la sua musica ma nessuno sa chi era veramente. Molti lo conoscono solo per l’apparizione in un filmato di una rockband, ma lì non emerge quello che di lui faceva una persona speciale. Dunque lo volevo riportare sul palco e indagare più profondamente l’aspetto visivo che in Klaus era molto di più di quelli che poi sarebbero stati massicciamente presenti nelle clip mandate in onda su Mtv. La sua ascesa era cominciata con l’apparizione sul network televisivo negli Usa assieme a David Bowie (vestito nel suo tipico look da space boy in un geometrico bianco e nero, ndr). Klaus era in grado di stupire i punk più agguerriti con la sua reinterpretazione lirica dell’aria Samson e Delilah di Saint-Saëns, così come stupiva i melomani quando appariva nella televisione tedesca accompagnato da una orchestra sinfonica per cantare Cold Genius scritto per lui dal compositore tedesco Eberhard Schoener.

  • Mi ha colpito la sua candida purezza nell’esibire le sue stravaganze ispirate da un lato al dadaismo e alle avanguardie tedesche degli anni venti e dall’altro alle raffinate ladies della Grande Hollywood…

La cosa incredibile però è che lui sia rimasto un’icona a sé. Ho ricercato a lungo persone influenzate dalla sua arte ma devo dire che purtroppo non ho trovato nessuno. Ha creato questo suo mondo spaziale senza riuscire a trasmetterlo a nessuno. Sono certo che molti lo hanno imitato per atteggiamento e stile, ma un vero erede di Klaus Nomi non c’è. L’unico, forse, potrebbe essere Joachim Kowalski, un controtenore tedesco attualmente di grande successo e che mi ha detto di aver ascoltato da ragazzo i suoi dischi che lo avevano ispirato a seguire le sue orme. Per un controtenore non ci sono molte possibilità nella lirica, pur essendoci nelle opere originariamente arie di canto per castrati, di fatto vengono poi cantate da donne.

  • Come era nata la collaborazione con Bowie?

Lui veniva dall’esperienza di Space Oddity e vedendo e sentendo Klaus Nomi aveva percepito una sintonia artistica, anzi, era molto dispiaciuto di non averlo incontrato due anni prima, quando lui stesso era in piena vena spaziale. In realtà Klaus era molto colpito da Bowie e il costume futuristico un po’ marziano trae di qui le sue origini.

Klaus Nomi

 

  • Che rapporti aveva con Brian Eno?

Credo che fossero in contatto per produzioni future, come d’altronde con Bommel della RCA francese che aveva prodotto il secondo album. Purtroppo verso la fine dell’incisione era già malato…

  • Un aspetto marchevole del film è che non si mostrano foto o immagini di lui malato, anzi, c’è grande rispetto nelle parole degli amici che ricordano questa morte improvvisa, la prima di un artista causata dall’Aids. Cosa ricordi tu di quel periodo?

Posso dire che due anni dopo si diceva – ma spero che non sia vero – che già allora, estate 1983, ogni settimana c’era un morto. Mi salivano le lacrime agli occhi perché tutto si era fatto molto astratto e nessuno sapeva come affrontare quel Male sconosciuto. Era terribile, una tempesta emotiva ogni volta che colpiva un amico. Morivano molte persone, artisti. Cosa fare? Klaus era diventato una specie di poster boy dell’Aids essendo stato la prima persona famosa morta di Aids. Questo, secondo me, è una vergogna per lui e per i morti di Aids: lui non va ricordato come persona morta ma per quello che era nella vita, un performer. Così nel film volevo far capire cosa è venuto a mancare con la sua morte, perché la tragedia di per sé della sua morte non potrà mai capirla nessuno: è per questo che mostro la gioia di vivere, il piacere nel canto e nella performance, o semplicemente l’essere giovani e pazzi, cioè la cosa più importante. Anzi vorrei aggiungere che noi allora eravamo fortunati ad aver vissuto quegli anni nel Low East a New York, quartiere di immigrati polacchi, italiani, ucraini, tedeschi ecc., in un cosmo tutto nostro, un giornale e persino un tv show di quartiere. C’era tutto, salvo il lavoro. Per lavorare bisognava salire nella Up town. Oggi la zona tra la Avenue A e B è semplicemente un posto indicato nelle guide turistiche. Certo non ho più 22 anni, oggi, e là non trovi più i luoghi dove vivere con poco e bene. Oggi sei schiavo di affitti e lavori, noi allora avevamo molto tempo invece per stare in giro e dedicarlo alle cose che ci interessavano.

  • Che cosa è cambiato da allora, secondo te?

Molto. Innanzittutto c’è da chiedersi: dove trovano la motivazione i giovani d’oggi? Con l’era Reagan è iniziata la vorticosa discesa nella formazione delle giovani generazioni, perché lui ha abolito gli aiuti economici per il college. Non voleva rischiare un altro “1968”, quella era l’ultima generazione ad aver avuto una buona educazione scolastica ma soprattutto la possibilità di incontrare persone diverse provenienti da diverse città e di diversa estrazione sociale. Il college era anche questo: un luogo di incontro dove fare amicizia e conoscere le proprie passioni.

  • Torniamo al film: è molto originale l’idea di non mostrare la zia tedesca di Klaus intervistata e farla apparire in una foto implementata in una casa di bambola. Era una scelta per non rompere l’immagine astratta del performer?

No, era una soluzione per metterla nel film, nonostante lei non lo volesse più al 100%. Trude Sperber è una persona molto simpatica e l’avevo incontrata una prima volta in cui registrai la nostra conversazione solo in audio. Poi lei non ha voluto saperne di altre interviste in video, forse perché intimidita dal fatto che ne sarebbe nato un film e non soltanto un programma per la televisione. Quindi mi disse di utilizzare le parole già dette e, non volendo farmela nemica, non ho insistito. Le ho chiesto qualche foto e lei mi ha spedito quell’unica foto che appare. Come coprire però visivamente il suo audio? Mi venne in mente che Klaus da bambino aveva una grande passione per le marionette, anzi, lui stesso le fabbricava, facendo anche autoritratti. Inoltre possedeva alcuni di quei libri di favole dove, aprendoli, appaiono scenari di carta. Così ho deciso di creare questo teatrino bidimensionale, in quanto la zia Trude rispecchia un po’ anche la sua infanzia e mi sembrava coerente al filo narrativo. Per cui sono tornato a farle visita nella sua casa in campagna assieme al mio amico fotografo, Blaise Lawless, che ha scattato come un forsennato per riprodurre anche il più minimo dettaglio, dalla tv al divano fino ai piatti appesi alla parete e i fiori nel giardino, il tutto nei colori kitsch di un quadro naif.

  • A un certo punto del film si dice che appena arrivata l’offerta di sfondare sul mercato, Nomi lasciò perdere gli amici che prima avevano collaborato con lui…

Direi che fa parte della tipica storia nell’ambiente musicale, se hai l’occasione la prendi al volo. Qualcuno parla di tradimento, è vero, ma non credo che lui abbia voluto veramente lasciar cadere i suoi amici per fare soldi. Certo, voleva guadagnare denaro come tutti noi. Secondo me era semplicemente sedotto dal fare a livello professionale ciò che prima aveva fatto per passione e quindi avere la possibilità di indagare se stesso e le potenzialità della sua arte. E lui sarebbe diventato davvero grande, se non si fosse ammalato. Era stato contattato da molti produttori musicali. Ma chi può dire? È morto troppo presto. Anche per fare tanto denaro… ma di fatto non c’erano nemmeno i soldi per il funerale.

  • Come sono andate le cose, era tornato a New York una volta malato o già prima?

Klaus Nomi / Simple Man

Aveva inciso il primo disco a New York, poi era andato in Europa, tornò a New York per incidere il secondo e nel novembre 1982 aveva messo assieme The Simple Man Show, un terribile show agrodolce con i Tuxedoo Moon che aveva girato un po’ nei club, ma per motivi oscuri non era andato in Europa. Sia il manager che il suo assistente di allora non hanno voluto esprimersi chiaramente su questo punto. Personalmente credo che Klaus non fosse il tipo da far carriera unicamente per denaro, lui era un animale da palcoscenico con una mentalità quasi medievale rispetto all’essere artisti. Alla domanda, perché puntare su Klaus che tutto sommato rappresentava la scena gay e non poteva fungere da vero sex symbol, il manager non mi ha voluto rispondere. Uno dei tanti aspetti assurdi del music management, ma lui non aveva capito lo spirito artistico di Klaus. Infatti, lo dicono nel film: “una volta firmato il contratto, non ci si divertiva più…” Nel film non ho raccontato tutto, molto era accaduto contemporaneamente e ciò avrebbe ucciso la dinamica del film. Inoltre, nessuno aveva capito come fossero veramente andate le cose, me compreso. Troppo coinvolti da una parte, e dall’altra non volevo rischiare la dietrologia. Questo rischio c’era all’inizio ed era il problema con il montatore: lui voleva connettere le varie storie, i vari aspetti, ma sarebbe stato noiosissimo! Con Klaus non si poteva fare un film della sua vita, sarebbe stato uguale a tanti altri, a me interessava la sua arte, il suo spirito, molto più realistici dell’uomo che c’era dietro. Klaus era un mistero, ma -aperto a quel mistero – ha costruito il suo mito con elementi talmente “falsi” che tutto sembrava “vero”. Era un alieno sulla scena, ma anche un’anima in pena che irradiava ottimismo in un momento in cui l’ottimismo era fuori moda. È difficile descrivere il suo genio, è da vedere e sentire. Per questo ho voluto fare una sorta di tour immaginario in un ipotetico Klaus Nomi Museum sullo schermo. So che vogliono fare un film di finzione sulla sua vita e il solo pensiero mi fa inorridire. Lui era un outer space man e si prendeva molto sul serio in questo: si aggirava sempre e ovunque come Klaus Nomi, non era mai un’altra persona… Era Klaus Nomi nella vita e sul palco. Lo dicono peraltro tutte le foto che ho visto di lui, e ne ho viste tante, dove non ce n’è una fuori posa o imperfetta. Aveva quel tocco di classe per recitare nella vita. Sempre.

  • Come quando imitava Marlene Dietrich… Dove hai trovato tutte quelle meravigliose immagini di lui, dei suoi concerti?

C’era un ragazzo finlandese che sognava di diventare regista e che aveva fatto un film in super8 sound in bianco e nero con Klaus protagonista e che aveva filmato molte delle sue performances.