Peter Kubelka e il suo cinema metrico

Il cineasta austriaco parla del suo concetto di cinema, inteso come entità anche concreta, la sua filosofia e la nuova era digitale

 

Unsere Afrikareise 1966

Gli artisti dell’era digitale sono gli hacker e non chi cerca affannosamente di fare film animati al computer per raggiungere la qualità di un’opera cinematografica.” Parola di Peter Kubelka, cineasta e teorico del cinema, di origine austriaca, che ha realizzato cinque film che sono altrettante pietre miliari nel cinema vero, come lo chiama lui. Kubelka ama fare conferenze sulla sua opera e sul suo pensiero teorico, e ne aveva fatto una serie alla Cineteca di Bologna: la prima, Il cinema metrico, ha presentato il suo concetto di cinema come entità fisica, pellicola, trasparenza dell’immagine, fotogrammi, velocità di scorrimento, porzioni di film, porzioni di tempo; la seconda toccava il concetto di cinema metaforico ai margini di Mosaik im Vertrauen, Unsere Afrikareise e Pause! (realizzati tra il 1955 e il 1977) in cui si parlava di montaggio, immagini, valore denotativo e connotativo, per arrivare alla metafora mangiabile, ossia la cucina come arte, “la più antica delle arti figurative”.

Kubelka fu il primo a inserire un corso di cucina intesa come disciplina artistica all’Accademia delle Belle Arti di Francoforte, dove lo ha insegnato per tanti anni.
“Credo che nella comunicazione umana non ci siano soltanto i messaggi letterari veicolati attraverso un linguaggio di segni ma ci sono anche quelli di altro tipo”, ha affermato con quella sua aria seriosa ma anche un po’ divertita. Nel corso della conferenza ha preparato dei cibi (riferendosi alla cucina italiana, suo un interessante scritto su Natura e significato della pasta italiana dove tra le tante altre cose viene vista come “architettura per la bocca”) esponendo i concetti filosofico-artistici che ne derivano. L’ultimo incontro è stato dedicato a Forbici, pellicola: memoria dell’umanità, cioè all’importanza di conservare il cinema nel suo materiale originale alla luce di Entusiasm di Dziga Vertov del 1930 (nella versione restaurata da Kubelka), Free Radicals di Len Lye, Mothlight di Stan Brakhage e un inedito Dichtung und Wahrheit (Truth and Poetry) dello stesso Kubelka (tredici minuti che portano la data 1996).

Il cinema esistente si divide in due tronconi, secondo il co-fondatore del museo del cinema a Vienna e dell’Anthology Film Archives: il primo è quello che si rifà alla forma antica del teatro, soprattutto al melodramma del XIX secolo, in cui gente mascherata dice testi che non direbbe mai, finge di essere qualcun altro all’interno di storie che si ripetono all’infinito: uomo/donna/desideri/ostacoli/felicità o infelicità finale. Il secondo invece è fatto da un piccolo gruppo che ruba questo materiale per fare un viaggio in tutt’altra direzione e dove ancora nessuno osava andare. Dunque c’è il “cinema commerciale” e il “cinema vero”.

Adebar 1957

 

“Odio le etichette che sin dagli esordi si sono voluti affibbiare a questo secondo gruppo, ossia indipendente, underground o l’orripilante sperimentale. Joyce era forse sperimentale? O Picasso? L’uno scriveva e l’altro dipingeva, e noi facciamo cinema. Punto e basta. Negli Usa poi abbiamo creato un secondo livello di distribuzione, le filmmakers coop a New York e Los Angeles che fanno circolare i film nei vari department alle università, nati come funghi e dove si fanno proiezioni cosiddette ‘da camera’ per piccole audience di studenti.”

In Europa era più difficile creare un circuito analogo nella fase pre-Unione Europea con dogane, nazionalismi vari, ecc. In Italia il “cinema vero” è addirittura sparito, in Austria è sopravvissuto, anzi ci sono sempre più giovani artisti che affondano il loro interesse nella materialità del cinema. Ogni arte parla anche attraverso il materiale che utilizza, ed è questo stesso materiale a parlare anche all’artista. “Io sono cresciuto col cinema, me lo sento come una pelle, la pellicola per l’appunto. Ma amo contemplare le altre arti e gli altri materiali – dice ancora Kubelka – la pellicola mi ha insegnato il concetto del tempo, del ritmo, la struttura visiva nel cinema come lo sono le note per la musica.”

Schwechater 1958

 

Tornando al digitale afferma che “il computer ci riconduce a una nuova arcaicità, cioè alla presenza. Le arti elettroniche sono per chi le fa al momento, live. Siamo nel tempo reale e nella comunicazione diretta. Il computer di per sé non ha nessuna sensualità per dare piacere, per cui bisogna chiedersi: dove sta il coinvolgimento? Dov’è l’anima? Come a suo tempo la danza era per chi ballava e poi era passata anche a chi la guardava, ora l’arte digitale ci riporta alla situazione in cui c’è di nuovo l’estasi, l’estasi del partecipare, dell’esserci, e non del partecipare come spettatore.” Torna in mente l’estasi di Eisenstein e la sua nozione della natura non indifferente.

 


 

Note biografiche

Peter Kubelka

Peter Kubelka nasce nel 1934 a Vienna e nel 1941 vede il primo spettacolo cinematografico nel paese in Alta Austria, dov’era cresciuto, lasciando una forte impressione nel ragazzino di sette anni che fu allora. Studia cinema tra il 1952 e il 1956 tra Vienna e Roma. Già nel 1955 il suo primo corto Mosaik im Vertrauen non viene accettato come “film” e l’anno successivo è presente alla Biennale di Venezia – ma sotto la bandiera del Vietnam. Nei tre anni, dal 1957 al 1960 realizza il suo “cinema metrico” creando tre titoli: Schwechater, Adebar e Arnulf Rainer, l’opera più estrema, ridotta a soli fotogrammi neri e bianchi in segno dell’essenza della settima arte, ossia luce e buio. Il titolo si riferisce al noto artista austriaco che dipingeva quadri astratti. Continua il suo percorso esponendo la pellicola usata per Adebar sotto forma di un quadro scultoreo, per poi, in seguito, distruggerne la colonna sonora (“per disperazione”, come dirà dopo).

Nel 1964 è co-fondatore con Peter Konlechner dell’Österreichisches Filmmuseum, il Museo del cinema austriaco, e nel 1966 visita per la prima volta gli Usa, dove si stabilisce per un periodo e insegna cinema in numerose università americane. Al contempo sviluppa la sua Cooking Theory e nel 1968, sul Channel 13, va in onda la prima TV-lecture in diretta sotto il titolo Eating the Universe per esporre ciò che Kubelka avrebbe poi chiamato la “metafora mangiabile”.
Nel 1970 è tra i fondatori dell’Anthology Film Archive a New York e inventa il concetto di “cinema invisibile”. Tornato in Europa crea una prima collezione di cinema delle avanguardie al Centre Pompidou di Parigi (nel 1976) e dal 1978 insegna cinema presso l’università di Francoforte (la cosiddetta Städelschule), cambiando il nome del master poco dopo, nel 1980, in Film and Cooking. Vi rimane come professore fino al 1999.

Nel 1996 crea il ciclo mensile What is Film? (che cos’è il cinema?) per il Museo del cinema austriaco di Vienna, gestendolo personalmente. Dal 2010/2012 lavora al suo progetto Film ist Analog (il cinema è analogico), un “work in progress”. Invitato da varie istituzioni compie cicli di lezioni sul suo cinema in giro per il mondo, facendo largo uso nelle sue conferenze anche del linguaggio non verbale come espressioni facciali, brani musicali, oggetti e strumenti vari, cibo, che fanno parte del suo bagaglio teorico.
Il suo cinema è distribuito dall’agenzia viennese Sixpackfilm. Maggiori informazioni sul sito www.sixpackfilm.com.