La San Francisco Poster Brigade

Manifesti autoprodotti da un gruppo di artisti e intellettuali degli Usa e oltre, nel periodo tra il 1975 e il 1981, come forma di critica contro la politica liberista dei signori della guerra – a quando una “Brigade” del nuovo millennio?

 

“Era dalla guerra nel Vietnam che San Francisco non era più stata onorata da una mostra internazionale d’arte e di poesia talmente lirico-politica”, aveva scritto Jack Hirschman, uno dei poeti della beat generation, nell’ottobre 1980 a proposito dell’Internationalist Art Show tenutasi per la prima volta a San Francisco alla Southern Exposure Gallery del Project Artaud Collective. Un mese dopo le sue parole erano apparse sul volantino utilizzato per pubblicizzare la stessa mostra, spostata a Los Angeles alla SPARC Old Venice Jail Gallery sul Venice Boulevard al numero 685. A collage of art and poetry from around the world, diceva il sottotitolo, spiegando che le opere esposte erano arrivate da artisti del mondo intero. L’invito era stato lanciato dalla San Francisco Poster Brigade per urlare il loro “no!” agli Stati Uniti d’America, ormai sulla soglia della presidenza di Ronald Reagan, in preda a una politica imperialista, militarista in nome di una nuova reintegrazione tra stato e chiesa richiesta dai paladini della morale ai candidati di quelle elezioni, con nuove cerimonie patriottiche e nuovi simboli.

Ne aveva scritto pochi mesi dopo l’insediamento dell’attore alla Casa Bianca, nel luglio 1981, David Bjelajac in un articolo previsto per The Nation (rimasto inedito) a proposito della stessa mostra installata per un mese alla Parsons School of Design di New York: poster, fotografie, collages, slogan e poesie per criticare queste premesse per una “nuova religione civile d’America” proponendo “l’alternativa della solidarietà della classe operaia, ideale preso in prestito dalla Comune di Parigi del 1871 e dal manifesto comunista del 1848”. I temi affrontati andavano oltre però, essendo arrivati i contributi artistici anche dalla Francia, dall’allora Germania dell’est, dalla Bulgaria, l’Italia, l’Iran, El Salvador e altri punti caldi del pianeta in cui bolliva lo spirito rivoluzionario. Erano esposti capolavori di fotomontaggio creati da Christer Themptander (“il migliore dai tempi di John Heartfield, la cui influenza si percepiva nell’intero spazio espositivo”, aveva precisato nel suo testo Jack Hirschman), i collages di Vagricg Bakhchanyan, Nell Lutz, Lon Spiegelman, le opere in legno di Kristen Wetterhahn e le poesie di John Curl, Anna Karelia Coates, RV Cottam, Susan Jeffrey, e tanti altri che come loro cantavano in versi l’impegno politico.

Cos’era la San Francisco Poster Brigade? Ce lo ha raccontato Leon Klayman, co-fondatore di questo movimento artistico-politico con Rachel Romero, di passaggio a Bologna, passandoci i testi citati e mostrandoci inoltre una ventina tra manifesti e flyer della sua collezione che ha portato con sè. A proposito dei flyer citiamo ancora un passaggio interessante del testo di Jack Hirschman che aveva individuato che “per la prima volta nella sua (allora, ndr) relativamente breve vita, la fotocopia a colori (la cosiddetta Xerox, che aveva ispirato in Italia il personaggio fumettistico di Ranxerox, ndr) spesso utilizzata per opere alquanto kitsch e/o spacciate per arte colta, in questo caso è stata finalmente messa in campo ai fini della satira politica”. Una per lui degna evoluzione, e infatti nel guardare i vari manifesti scodellati uno dopo l’altro davanti ai nostri occhi da Klayman si nota la loro fortissima componente agit-prop, ironica e da vera instant-action. Passando poi ai poster, per lo più monocolori, inchiostro nero su sfondo marrone o bianco, sono incisivi quelli che denunciano situazioni di oppressione di popoli o strategie politiche delle alte sfere nel campo economico: tra i primi in assoluto, quello dedicato ai Diritti umani in Cile.

Un altro invita al boicottaggio della Nestlé (chi non se lo ricorda?) per combattere “promozione e vendita della Formula Bambino nel terzo mondo contro ogni principio etico” essendo un “genocidio per puro profitto”. In un altro ancora campeggia la scritta gigantesca Terrorism su una caricatura di Alexander Haig, il segretario di stato del governo Reagan. In un altro ancora, stavolta della serie colorata a quattro colori, si mette in guardia le persone dall’allora incombente – e possibile – terza guerra mondiale nucleare (come si può vedere in alcune riproduzioni qui pubblicate), essendo quelli gli anni in cui si giocava una nuova partita di riarmo nucleare su entrambi i fronti della guerra fredda. Bjelajac aveva citato i passaggi fondamentali che sarebbero poi diventati la bandiera della presidenza di Ronald Reagan, ossia quando lui aveva parlato degli Usa come “paese prescelto da Dio”, i cui cittadini formavano “quel popolo particolare investito di una responsabilità morale alta per combattere le forze sataniche nel mondo”.


 

Intervista

  • Com’è nata la Brigata dei Poster di San Francisco?

Era stata una reazione quasi istintiva al colpo di stato in Cile con l’assassinio di Salvador Allende in quel lontano 11 settembre 1973, e alla successiva oppressione del popolo cileno da parte di Pinochet. Fu un modo per opporsi a tutto quello che stava sorgendo, per dire la nostra indignazione in un mondo in cui imperava la violenza gratuita. In quel periodo iniziale ci eravamo chiamati “Wilfred Owen Brigade” in onore al poeta inglese attivo nel periodo della prima guerra mondiale. Successivamente è venuto fuori il nome di “San Francisco Poster Brigade”, dal momento che agivamo soprattutto nella città californiana.

  • Che tecnica avete usato?

L’incisione su linoleum. È un materiale duro e per riuscire a fare quel taglio preciso e veloce che serviva a noi per creare i disegni e incidervi le parole, bisognava renderlo malleabile. Così lo abbiamo messo un po’ di tempo nel forno, affinché si ammorbidisse. Una volta completato il disegno, la tavoletta di linoleum era stata messa in una pressa per fissare i segni nel raffreddarsi.

  • Dove avete svolto questo lavoro? Avevate uno studio?

In quegli anni insegnavo materie artistiche e avevo accesso ai laboratori dell’università. Quindi si lavorava lì, poi si portavano le singole matrici da uno stampatore a basso costo per far stampare un certo numero di copie su carta. Mediamente erano persone a loro volta impegnate nelle lotte politiche. E poi si usciva di notte per attaccarli ai muri.

  • Avete fatto tutto tu e Rachel?

Noi due iniziammo, diciamo che rappresentavamo la base storica. Perché piano piano si sono unite tante altre persone che ci aiutarono soprattutto nell’incollare i manifesti in giro per le strade di San Francisco e nel distribuire i poster più piccoli a forma di volantini, nonché poi a organizzare le varie mostre.

  • Come quella citata nei due articoli di Hirschman e Bjelajac?

Ci sono state molte mostre, quella è stata una delle ultime. Per riuscire a farle furono organizzati concerti di musica, reading di poesie e incontri pubblici, ma anche lezioni alle università, sempre a cura della Brigata. Verso la fine della nostra attività (il periodo della Poster Brigade va dal 1975 circa fino al 1981, ndr) c’erano soprattutto gruppi di musica punk a suonare per noi, per racimolare i fondi necessari per le mostre che poi hanno girato in tantissime città negli Usa e furono visitate da migliaia di persone: a New York, a Baltimora, ad Austin nel Texas, a Tucson in Arizona. Mi ricordo che ci fu quasi una forma di catarsi, erano venuti tanti veterani del Vietnam a leggere i loro testi scritti in base a impressioni e memorie della guerra di pochi anni prima, le loro poesie. Era molto emozionante.

  • Guardando i vari poster si nota un grande senso di ironia.

Sì, l’umorismo era parte del processo creativo. In generale posso dire che il riferimento artistico più forte per noi era la scuola del Bauhaus, soprattutto la grafica. Movimento che per altro ha influenzato molti artisti all’epoca.

  • La Internationalist Art Show era apparsa a San Francisco nel 1980 e ha circolato in varie città per quasi tutto il 1981. Come siete riusciti ad avere tutti quei contributi dal mondo intero?

Nel 1978/79 avevamo lanciato un appello agli artisti di partecipare a questa mostra dedicata al motto: we are internationalist, e hanno risposto in tantissimi. Arrivarono oltre duemila immagini e tantissime poesie da quarantacinque paesi. Era sconvolgente la massa di opere che continuava ad arrivare e in ogni tappa ne aggiungevamo altre. Era stupefacente la varietà di argomenti, si andava dall’espansionismo e la politica di aggressione degli ex sovietici al supporto dichiarato agli operai polacchi, dai riferimenti alle medesime mosse di Breznev e di Reagan nella partita per il riarmo nucleare. C’era anche un poster in omaggio a Bobby Sands, allora in pieno sciopero della fame, per mettere a nudo i lati nascosti dell’imperialismo britannico.

  • Ci sono alcuni, come quello sulla WW3, che sono a colori…

A questo proposito va spiegato forse che allora negli Usa si sentiva davvero la minaccia di una terza guerra mondiale e nacque una vera e propria psicosi nucleare.

  • Mi viene in mente il documentario ironico Atomic Cafè (diretto da Jayne Loader, Kevin Rafferty e Pierce Rafferty è un film del 1982).

Eravamo molto politicizzati e per noi era diventato importante fare politica con l’arte. Abbiamo fatto tantissimi flyer per esprimerci su altrettanti argomenti, per essere sempre presenti nelle strade sui temi più attuali.

  • Hai parlato di stampa a basso costo prima, come avete prodotto i poster a colori?

Qui avevamo cambiato tecnica, sono stati stampati in serigrafia a quattro colori. Normalmente costa una follia stampare a colori, perché ci sono quattro passaggi, uno per ogni colore. Un procedimento troppo costoso per noi. Quindi abbiamo inventato un metodo per fare un passaggio solo, mettendo da subito i tre colori tutti insieme sul rullo, il blu, il rosso e il giallo. Nel passare la carta, muovendo il rullo, i colori si avvicinavano, sovrapponendosi e mescolandosi leggermente nei bordi di contatto, creando un effetto luminoso sul manifesto stampato.
L’aspetto più fantastico di tutta l’operazione della Brigata era che si erano entusiasmate anche persone cosiddette “normali” che lavoravano in uffici vari e che erano politicamente molto attive. C’era persino chi lavorava in banca a creare flyer o a prendere le nostre matrici, li fotocopiavano di nascosto nei loro uffici e poi li attaccavano in giro per San Francisco, e anche a New York.

  • Mi hai detto che alcuni poster erano esposti anche nella famosa libreria City Lights fondata e gestita da Lawrence Ferlinghetti a San Francisco, la prima a vendere unicamente libri tascabili.

Era un amico e sostenitore, il suo bookstore era un punto di riferimento dal 1953, anno in cui l’aveva aperto con Peter Martin, poi partito per New York a creare il suo New Yorker Bookstore a Manhattan (chiuso nel 1984, ndr). Sulla parete, sopra gli scaffali pieni di volumi altrimenti introvabili, Ferlinghetti aveva attaccato alcuni dei nostri poster, per aderire alla campagna.

  • Come mai la Brigata si è fermata?

Abbiamo voluto fare un’ultima uscita diversa da tutte le precedenti. Dopo anni di denunce delle peggiori cose nel mondo, avevamo voglia di cambiare tono: una mostra dedicata all’immaginazione positiva attorno al quesito di cosa sarebbe stato possibile fare.

  • Una specie di “Un altro mondo è possibile” ante-litteram?

Esattamente, immaginare un mondo migliore, ciò che abbiamo desiderato sotto il motto Reclaim the future! Ossia sogna il tuo futuro, reclama il tuo futuro, immaginalo e fa sì che si avveri.

  • Per finire, dicci due o tre cose su di te.

Come ho già detto ho insegnato nelle Accademie delle belle arti, dove ero impegnato nell’attivismo sindacale. Contemporaneamente collaboravo con l’Opera House di San Francisco come scenografo e set design. Quindi ho inventato e prodotto eventi culturali dedicati alle arti visive e ai concerti musicali a tema, come Marc Chagall e la musica del suo tempo, Picasso e la musica, producendo anche i cd. Negli ultimi anni vivo di più in Europa, tra Parigi e Weimar, curando mostre che hanno sempre presenze musicali. Scrivo poesie e ho una forte passione: immaginare il futuro.