Incontro con Sam Fuller e Yoshj Yamamoto

Moda e cinema si sono incontrati a Parigi, dapprima in un film di Wim Wenders e poi sulla passerella nella Maison dello stilista giapponese

 

Avevo scoperto lo stilista giapponese Yoshj Yamamoto grazie al documentario di Wim Wenders Appunti di viaggio su moda e città del 1989, film girato sul modo di lavorare dello stesso Yamamoto dopo che questi due anni prima aveva realizzato lo splendido abito rosso per il personaggio di Marion ne Il cielo sopra Berlino. Ai tempi, afferma il cineasta tedesco in quel film girato in bianco e nero – forse non a caso, vista la predilezione per il nero in quegli anni da parte di Yamamoto – lui si sarebbe affezionato agli abiti creati dal figlio di una sarta giapponese che aveva intrapreso questo cammino per necessità economiche.

Yoshj-Yamamoto

Yoshj Yamamoto

A Wenders era stato commissionato un film sulla moda dal Centre Georges Pompidou e lui, per nulla attirato dal mondo fashion, decise di focalizzarlo sull’universo dello stilista giapponese che, per altro, andava ricercando forme e linee semplici – anche – in volumi fotografici inizio Novecento, dove erano rappresentate scene di vita rupestri e urbane. Inoltre era rimasto affascinato dalla sua filosofia sul colore, che dice che il nero racchiude tutti i colori e che un singolo colore come il rosso o il blu risplende meglio su un outfit del tutto nero. Al pari di certi artisti che preferiscono lavorare con uno o due colori su basi monocolore.

Nell’autunno 1991 stavo lavorando per una collaborazione al Théatre de l’Odéon di Parigi, per cui avevo passato diversi mesi nella capitale della moda, avendo anche l’occasione di partecipare alla sfilata della Collezione Uomo per l’autunno-inverno 1992/93 nella Maison di Yamamoto. Quell’anno tutti i modelli sulla passerella erano artisti provenienti per lo più dal mondo del cinema: attori (tra cui Jürgen Vogel, della “famiglia” wendersiana) e cineasti indipendenti americani e inglesi. Tra di loro, senza voler troppo dare nell’occhio, un nome molto famoso: Sam Fuller. All’epoca il grande regista abitava a Parigi con la famiglia e lavorava soprattutto in Francia, prima di tornare poi a Hollywood, dove sarebbe morto nel 1997, dopo un’ultima apparizione in un film di Wenders,  Crimini invisibili.

Con la sua eleganza innata, i capelli bianchi di mezza lunghezza pettinati all’indietro, gli occhi scuri luminosi, il sorriso sulla bocca, affascinò da subito l’intero pubblico durante i passaggi (troppo rapidi) sul palco montato all’interno della Maison con sede in Rue Saint Martin al numero 153. A pochi passi dal Beaubourg. Un intero stabile, dove sui diversi piani durante l’anno venivano disegnati e cuciti abiti, a parte quelli arrivati direttamente dal Giappone. I preparativi per una sfilata erano intensi nel laboratorio che allora rappresentava un piccolo mondo di cultura giapponese in mezzo alla Ville Lumière: notti intere a preparare le diverse combinazioni, con continui cambiamenti e rielaborazioni, anche degli stessi indumenti.

Fuller, lo ricordo ancora, era felice come un ragazzino di poter fare qualcosa dove non era lui a dover dare le direttive. Amava essere vestito, e si era divertito un mondo a uscire dalle quinte con indosso un maglione blu scuro, quasi più lungo e più largo di lui. Un enorme collo avvolgeva il suo dolce viso brillante di gioia. Mancava solo il suo sigaro.

Sam Fuller con grande sigaro in primo piano

Sam Fuller con grande sigaro in primo piano

Quell’immancabile sigaro era tornato poco dopo, durante il party successivo. Invitata al loro tavolo, mi fece conoscere la moglie Christa Lang, attrice tedesca sposata nel 1967, e la figlia Samantha. Bevendo qualche bicchiere di champagne, Fuller mi raccontò che il film per lui più importante era The Big Red One, l’epico ritratto dei suoi ricordi come soldato della 1° Divisione di fanteria americana, soprannominata appunto “Il grande Uno Rosso” (titolo italiano del film), non a caso girato in soggettiva dal punto di vista di uno dei quattro soldati. Fuller stesso aveva combattuto in Nordafrica e in Sicilia e alla fine in Cecoslovacchia, dove la sua divisione era entrata in uno dei lager nazisti: nel campo di concentramento Falkenau, un sottocampo di Flossenburg, il futuro regista aveva immortalato quelle tremende impressioni con la sua cinepresa personale. Il suo sguardo si fece assente quando mi disse che rimase talmente sotto shock da non voler riguardare mai quelle immagini. Tant’è che riuscì soltanto nel 1988 a mettere mano al materiale raccolto e a rielaborare il tutto in una documentazione. Si disse anche deluso del drastico “taglio” da parte della Lorimar Production che aveva voluto ridurre The Big Red One alla classica durata di 120 minuti, quando la sua versione sarebbe stata molto più lunga… Chissà se dal cielo ha mai potuto vedere la versione rimontata del 2004 sulla base del suo ultimo script, realizzata grazie all’intervento del critico Richard Schickel per mano di Bryan McKenzie, aiutato da Peter Bogdanovich, che poi aveva circolato con discreto successo nelle sale?

Cambiato argomento, si era tornati a ridere e a scherzare. Ogni tanto fissava con sguardo attento la scena attorno a sé, non senza far seguire qualche battuta con quel tipico sense of humour, tra gentleman e gangster, sempre pronto a colpire nel segno. Quella sua intensità di espressione l’abbiamo vista spesso nei film, cui aveva partecipato come attore, dato che non di rado gli fu chiesto di interpretare ruoli per registi amici che condividevano il suo stesso spirito. Chi non lo ricorda ne L’Amico americano di Wenders o in Vie de Bohème di Aki Kaurismaki? A proposito: proprio per quel film fu il primo ospite internazionale del Midnight Sun Festival diretto dai due fratelli Aki e Mika a Sodankyla, nell’estremità nord della Finlandia, cittadina in cui gli è anche stata dedicata la Samuel Fuller Street.

 

Più tardi tornammo a parlare del fatto che di alcuni film successivamente fece una versione letteraria, come nel caso di Dead Pigeon in Beethovenstrasse, un film televisivo girato in Germania nel 1972 per la serie Tatort e che conoscevo. In quegli anni in Germania era uso girare film per la televisione come se fossero destinati al grande schermo, essendo stato proprio quello lo spazio di prova per tanti registi indipendenti. Un nome a caso? Rainer Werner Fassbinder realizzò i suoi primi film in bianco e nero proprio grazie alla rete pubblica tedesca “Ard”, tuttora molto attenta a nuovi linguaggi e nuovi stili.

Fuller mi disse anche che un altro dei suoi film che amava molto era Park Row, il primo realizzato con la sua casa di produzione nel 1952, anche scritto da lui, come omaggio ai colleghi giornalisti di New York nel periodo in cui lui stesso dopo aver fatto il copyboy aveva poi collaborato col “New York Evening Graphic” in qualità di reporter di cronaca nera. Un ambiente che lo avrebbe affascinato per tutta la vita, basti pensare al mitico Shock Corridor e il modo in cui ha saputo portare sullo schermo la violenza, coinvolgente e al contempo distaccato, brutale e splatter ante litteram.