Incontro con Michael Cimino

In Italia nel 2003 (13 anni prima della morte nel 2016) Cimino presenta il primo romanzo Big Jane, dopo sette film, tra cui Il cacciatore e Cancelli del cielo. Qui parla della importante eredità dei nativi d’America, essendo lui stesso di origini indiane, sebbene nato a New York

 

“I love Bologna, mi piacerebbe tornarci e viverci”, esclamò sorridendo Michael Cimino nella hall dell’Hotel Baglioni, dove lo avevo incontrato nel gennaio 2003: occhiali scuri, capelli corti, un’aria on the road nel suo completo jeans e con la sigaretta in bocca, mi fece vedere il fax appena arrivato dalla Gallimard che annunciava la pubblicazione del secondo romanzo, A Hundred Oceans, in francese. Era a Bologna, invitato dalla Cineteca di Bologna per presentare la versione integrale (225 minuti, uscita in Dvd) di Cancelli del cielo, “quella non manomessa dagli studios, dopo 20 anni di discussioni e pasticci di montaggio si vede finalmente la mia versione che nessuno aveva visto”, disse divertito ma con un po’ di amarezza nel cuore il regista, allora quasi sessantenne, e parlò subito del suo primo romanzo Big Jane (presentato a Venezia 2001, pubblicato in italiano dalla Fandango) che racconta la storia di una ragazza e due uomini, mentre il secondo di un uomo e due donne. E rideva. Stava scrivendo il terzo Bisance, il più cospicuo, 526 pagine, che comprendeva tre libri: Sailing to Bisance (titolo preso in prestito da Yeats), The Island of Night e Ghostdancer.

Accanto ai sette film girati (tra cui ricordiamo Il cacciatore, L’anno del dragone e l’ultimo Verso il sole), Cimino ha scritto oltre cinquanta sceneggiature, collaborando anche con altri scrittori famosi, tra cui Gore Vidal (sua la sceneggiatura del Siciliano), Raymond Carver, ma anche Oliver Stone e Truman Capote. “Si lavora meglio con le grandi personalità, il mio amico Stanley Kubrick amava dire che se vuoi andare veloce, prendi sempre il migliore, mai il meno caro!” La mattina in Sala Borsa gli attori Ivano Marescotti e Elena Bucci avevano letto il primo capitolo di Big Jane e Cimino li aveva osservati compartecipe, a volte ridendo, altre rimanendo serio, col fiato sospeso, applaudendo alla fine, contento di sentir parlare i suoi personaggi in italiano.

“La cosa più difficile nello scrivere è dare una voce a ogni personaggio, una voce autonoma che poi ti prende per mano e ti guida, in molti casi purtroppo si sentono solo le voci volute dall’autore. Nel mio terzo romanzo narro la storia di un uomo la cui vita tocca l’intero XX secolo e le sue relazioni con 43 donne, ho voluto inventare 43 modi differenti di parlare, essendo donne di diverse culture, di diversa età e diversa estrazione sociale. Ovviamente attraversiamo anche le due guerre mondiali. Big Jane invece è collocato negli anni 1951-53, quando c’era la guerra in Corea, nel ’53 fu firmato l’armistizio. Big Jane si trova là a combattere in Corea a fianco degli uomini, ciò corrisponde al vero, in Corea ci furono 450 donne americane, soprattutto personale medico, che per le terribili condizioni erano costrette a combattere anche loro. E c’era anche un Captain Jane, di cui ho una foto. All’uscita del libro ricevetti molte critiche su questo punto, non ritenendolo autentico. Mi ricordo un’intervista di un italiano, a cui dissi che in Italia è esistito un personaggio simile, vissuto nel XI secolo, Sichilgaita di Salerno, principessa longobarda e sposa di Roberto Il Guiscardo, il duca delle Puglie. Era una donna guerriera che amava combattere a fianco del marito e rincorrere gli uomini che scappavano per sfidarli. Una valchiria degna della storica Brunilde!”


 

Intervista

  • Le storie dei suoi film sono sempre inserite in un contesto che riguarda l’America delle origini, parla degli indiani, qual è il rapporto?

Quando ero giovane ho passato molto tempo nelle riserve indiane, in particolare nel Suddakota, dove vivono i Sioux, il nome dato dagli esploratori francesi al popolo dei Dacotah (da cui Norddakota e Suddakota) che si distinguono in Lacotah, Nacotah e Dacotah. Mi considero fortunato ad aver vissuto con loro, e dato che lei scrive per una testata comunista, i nativi d’America vivono il vero comunismo. Nel senso più idealistico. Sono convinti che la terra non debba appartenere a nessuno, perché fa parte dell’universo, e non debba essere proprietà di nessuno. Nessuno può mettere dei recinti, ogni uomo e ogni cosa sono anche entità spirituali che fanno parte di un tutt’uno comune e globale, di tutti. Tutto deve essere diviso con tutti. È veramente l’ironia della sorte…

  • Perché?

Nella società tribale, anche laddove c’è il capo tribù, quando va presa una decisione importante per una posizione da assumere nei confronti di un’altra tribù, per esempio se fare una guerra o meno, il capo non agisce mai da solo, senza il consenso del suo popolo. C’è sempre un consenso comunitario. Per esempio, se tu sei una persona ricca e d’inverno, che in quelle zone è molto rigido, hai molta legna per accendere il fuoco per scaldarti, e io che non sono ricco vengo da te per prenderti un po’ della tua legna, non mi odi per questo perché sai che ne ho bisogno anch’io. È una grande generosità spirituale, difficile da comprendere. Gli americani per esempio non hanno capito che questo è un insegnamento che non hanno mai preso in considerazione.

  • Non è l’esatto contrario della dichiarazione di George W. Bush di voler andare dritto per la sua strada senza tener conto del pacifismo espresso dal popolo a livello mondiale? (l’intervista è stata realizzata due mesi prima del bombardamento di Bagdad il 20 marzo 2003 che diede inizio alla caduta del regime di Hussein, ndr)

Non sto parlando di questo, sto parlando del rispetto che avevano i nativi d’America per tutto. Come il vecchio indiano alla fine di Verso il sole dice che dobbiamo rispettare tutto quello che ci circonda nella vita, tutto vive, tutto è spirito, anche le pietre che cadono dal cielo. È vero! Dobbiamo portare rispetto a tutti e a tutto, agli uomini, alla terra, allo spirito. I nativi americani sono stati gli antesignani di Greenpeace, ben prima della nascita del movimento ambientalista. Hanno da insegnare molto agli americani, forse a tutti, riguardo la protezione e la salvaguardia del pianeta. Avevano capito l’importanza del concetto di armonia tra le persone, gli animali, l’acqua. C’è un detto indiano che dice, tutto è rotondo, la vita è un cerchio. Infatti un indiano che sta per uccidere un bufalo per mangiarlo, prima di farlo dice una preghiera in cui si scusa per togliergli la vita, ma dice anche che l’animale continuerà a vivere attraverso di lui. È la quintessenza del rispetto. La gente di Greenpeace e i movimenti ambientalisti in generale possono attingere a piene mani dal sapere dei nativi d’America, ma non lo fanno. Per me è ignobile come invece i nativi siano ignorati, proprio loro che tutto sommato erano là prima di tutti noi. Spero che nell’avanzare nel XXI secolo apprezzeremo sempre di più i vari livelli della filosofia indiana, perché c’è tantissimo da imparare, in particolare per gli americani. Abbiamo preso tanti concetti da altri paesi, per esempio l’idea di democrazia dalla Grecia, di libertà dalla Francia, di meritocrazia dalla Cina, e non abbiamo preso quella del rispetto per l’ambiente e per gli esseri umani dal popolo che viveva nelle terre dove noi oggi viviamo. Penso che la vera riconciliazione ci sarà quando nelle scuole verrà insegnata la filosofia delle grandi tribù Dacotah e Navajo (cosa che oggi non avviene). È la grande tragedia degli Usa per me, averli trattati così male.

  • Infatti, chi sono i veri americani?, una domanda che torna spesso anche nei suoi film…

Nessun cittadino americano è americano, tutti siamo originari di altri paesi. L’America è l’unico paese in cui gli abitanti dicono, io sono italoamericano, cineseamericano, irlandeseamericano, ecc. e ognuno è fiero di esserlo. La mia famiglia è di origini norvegesi, c’è un grande mix di culture, europea, mediterranea, africana, messicana. Se pensiamo che 150 anni fa africani e americani erano ancora in lotta e fra qualche anno forse avremo un presidente afroamericano, chissà? Sarebbe meraviglioso, ma sono convinto che presto avremo anche politici di origini cinesi, cosa che non era mai accaduta prima. Ma tutti questi condividono i valori dei bianchi, i nativi d’America hanno una filosofia molto diversa riguardo il mondo e l’universo e questi concetti non sono stati integrati. Loro non riuscivano a capire perché i bianchi avevano recintato le loro terre.

  • Ripeto, è un po’ quello che adesso vuole fare Bush in Iraq, prendere possesso di una terra non sua…

Non voglio commentare questo fatto, credo che la situazione sia storicamente molto complessa e si è evoluta nel corso degli ultimi duemila anni. Per spiegare le ripercussioni filosofiche di questo conflitto abbiamo bisogno di un nuovo Sant’Ambrogio, e io sono solo un filmaker di Hollywood. Credo che le star e le personalità del mondo dello spettacolo (o dello sport) non debbano parlare di politica o di affari mondiali per fare un certo business personale con cose di cui sanno veramente poco. Puoi parlare di storia delle culture, delle religioni, di una pièce, di un film, un libro, ma quando si tratta di affari politici internazionali credo sia meglio tacere, e far parlare chi passa la propria vita a occuparsi di questo. Non mi piace chi sfrutta la propria celebrità per fare commenti su cose di cui in realtà sono ignoranti.

  • Ho letto che c’era il progetto di fare un film da La condizione umana di André Malraux…

Prego il cielo che lo faccia accadere, spero veramente che si realizzi, è il mio sogno dal 1987. Anche Malraux era pubblicato da Gallimard e per me è un grande onore questo.

  • Cosa pensa di Hollywood dati i suoi rapporti controversi con gli studios?

Non credo valga la pena discuterne, Hollywood è sempre la stessa, è giovane, in fondo ha solo 85 anni. Se penso a mio nonno che ne ha 96… Non posso fare commenti, è come se chiedessi a mio nonno: qual è il segreto per vivere così a lungo? E lui mi risponde di sicuro: un buon sigaro e molta acqua fredda, tutti i giorni! Questa è la filosofia della vita…
Comunque credo che nella prima Hollywood le cose andassero meglio, forse perché nei credits figuravano grandi scrittori come Faulkner, Chandler, Shaw, Fitzgerald che scrivevano dialoghi stupendi, oggi più rari a trovarsi. Così come a Broadway ci sono sempre più musical e meno pièce tematiche in cartellone, lo stesso accade nel cinema, e grandi drammaturghi come Tennessee Williams purtroppo non esistono più.


 

Chi era Michael Cimino?

Nato a New York nel 1938 e morto a 77 anni a Beverly Hills nel 2016. Agli studi di grafica alla Michigan University segue un dottorato in pittura alla Yale, la sua carriera di regista inizia nel 1963 con documentari e spot pubblicitari di grande successo. Inoltre frequenta l’Actors Studio per studiare recitazione con il maestro di Al Pacino, Dustin Hoffman e Meryl Streep, John Lehne. Nel 1971 approda nel cinema a Los Angeles, dapprima come sceneggiatore, tra gli altri di Una 44 magnum per l’Ispettore Callaghan di Clint Eastwood. È proprio grazie a quest’ultimo che Cimino passa alla regia, un fatto che lui ricorda sempre: “I owe everything to Clint, devo tutto a Clint!”. Questi aveva spedito lo script di Thunderbolt and Lightfood (titolo italiano Una calibro 20 per lo specialista, 1974), dopo averlo letto questa storia ambientata nella guerra della Corea, al suo produttore personale e questi incaricò appunto Cimino affinchè lui stesso realizzi il film con Clint e un giovanissimo Jeff Bridges nei ruoli dei due protagonisti. Questa sua opera prima ha avuto un enorme successo e portato a Bridges il suo primo Oscar nel ruolo di co-protagonista.

Cavalcando questa onda Cimino riesce a girare il secondo film, stavolta ambientato nella guerra del Vietnam, Deer Hunter (in italiano Il cacciatore, 1978) con Robert De Niro, Christopher Walken e John Savage, di cui firma regia, co-sceneggiatura e produzione e che vince l’Oscar come Miglior film e come Miglior Regia. Altro grande successo di critica e di pubblico. Purtroppo il successivo Heaven’s Gate (Cancelli del cielo, 1980) invertono il paradigma, essendo un fiasco al botteghino, distrutto dalla critica e premiato con un “Fazzie per la peggiore regia”. Avrà la sua rivincita nel 2012 alla Biennale Cinema di Venezia dove nella sua versione rimontata e non tagliata (il Director’s Cut della durata di 219 minuti sarebbe stato salutato con una standing ovation da critica e pubblico. Altro titolo da indicare è Year of Dragon (L’anno del dragone, 1982) sulla mafia cinese, altrettanto distrutto dalla critica, così come quello seguente girato in Sicilia, The Sicilian (Il Siciliano), nel 1987. Il remake di Desperate Hours (Ore disperate, un film hollywoodiano del 1955 girato da William Wyler con un affascinante Humphrey Bogart) sarà un ulteriore fiasco con protagonisti Anthony Hopkins e Mickey Rourke nel 1990, tanto che l’ultimo film realizzato nel 1996, Sunchaser (Verso il sole) nonostante fosse stato in gara per la Palma d’oro a Cannes è uscito da subito in homevideo.
Michael Cimino, appena cinquantatreenne si ritira dal mondo delle immagini e continua a inventare le sue storie in altro modo, come hanno fatto altri registi: scrive romanzi.