Incontro con il cinema di Jane Campion

“Un lavoro duro, ma l’importante è divertirsi” – dice la regista neozelandese di successi al botteghino quali Lezioni di piano, In the cut e Holy smoke, nonché della serie tv Top of the Lake e il seguito Top of the Lake / China girls”

 

In the Cut si chiama uno dei film di Jane Campion, che tradotto in italiano significa dentro il taglio: esprime bene l’intento della regista neozelandese di fondere sensibilità femminile e codici di un genere, qui il noir. Lo sentiamo sulla pelle – anzi, incidersi dentro – quel taglio preciso operato con cura da un serial killer che disarticola le donne in nome di quel desiderio che non riesce ad articolare per cui si ritrova costretto a disintegrarlo, disintegrando ogni “lei” in quanto soggetto/oggetto br/amato. Ma il film è anche un taglio con la costruzione tipica del noir, innalzando la dark lady a immagine specchio della donna contemporanea che sa ribellarsi in un atto liberatorio persino per chi guarda, facendo vincere la vita e l’amore, e non la morte o il detective.

In the Cut

 

Il film trae ispirazione dal romanzo omonimo di Susanna Moore che ha collaborato alla sceneggiatura. “Un libro estremamente provocatorio che ho amato sin dall’inizio – racconta una raggiante Jane Campion al termine della proiezione al cinema Arlecchino organizzata dalla Cineteca di Bologna – ma l’idea di farne un film è maturata lentamente confrontandomi di più con Frannie, personaggio femminile di straordinaria modernità.” Questa insegnante d’inglese, single, vive a New York e fa una ricerca sullo slang nei quartieri neri, un giorno va a bere qualcosa in un pub con un suo studente e nell’andare alla toilette scorge un uomo che si fa fare un pompino (il dettaglio era stato tagliato nella versione circolata nelle sale italiane) da una donna con le unghie blu, mentre lui la tiene col braccio dove spicca un tatuaggio di un tre di picche.

Dettagli apparentemente futili che si fanno trama di tensione crescente sapientemente tessuta da Jane Campion all’interno di un quadro che presenta come perno il dilemma eterno dell’innamorarsi dell’idea dell’amore piuttosto che di una persona, qui esplorato nelle varie sfumature al femminile e al maschile. “Frannie mostra come le donne si fanno protagoniste nel gioco – dice ancora Jane – e questo fu il punto che mi convinse a fare il film, oltre al suo amore per la poesia e il quesito che sorge: come vivere con dolore le aspettative di una storia e come collocarlo dentro il genere?”

Sullo schermo Frannie è Meg Ryan, star della commedia hollywoodiana che ha fortemente voluto questo ruolo drammatico e qui sfodera una complessità emozionale intrigante nel disegnare la perturbazione della protagonista, che un giorno incontra un poliziotto arrivato per investigare nella sua vita, per il quale prova un’attrazione sessuale. Chiede aiuto alla sorellastra Pauline (una splendida Jennifer Jason Leigh) che si prostituisce per vivere. Nel libro è un’amica, ma per Jane Campion, che da poco ha scoperto di avere lei stessa una sorellastra, era più forte un legame familiare, che peraltro rispecchia anche le famiglie multiple contemporanee. Insolita l’intimità toccante tra le sorelle, insolito il vacillare di intimità tra Frannie e il poliziotto, insoliti aspetti in un noir che fanno pensare alla rianimazione delle donne-bambole congelate nei sacchetti di plastica appesi nella cella frigorifera in Cinque bambole per luna d’agosto di Mario Bava: rovescio al femminile potente.

Lezioni di piano

 

Jane Campion ama esplorare il femminile sommerso. Basti pensare alle metafore usate nel pluripremiato Lezioni di piano (il fitto sottobosco australiano e poi il mare in cui Holly Hunter sprofonda prima di ritrovarsi realizzata nella doppia passione, la musica e l’amore per il maori), le istanze castratrici della psichiatria percorse (veramente) dalla scrittrice australiana Janet Frame a causa della diagnosi (sbagliata) di schizofrenia solo perché recidiva alle leggi canoniche previste per una donna in Un angelo seduto al mio tavolo. Oppure facendo cadere un mondo regolato da troppi poteri maschili facendo emergere emozioni convenzionalmente considerate negative in un uomo per mano di una donna nel tanto criticato Holy Smoke. “Lì volevo mostrare le opportunità latenti nel sapersi arrendere, di come a volte è salutare sentirsi indifesi e inermi, la visione sana cioè dell’apparente umiliazione del personaggio di Harvey Keitel, curatore dell’ego, dimentico della sua stessa vulnerabilità. Nei miei film ci sono sempre donne in primo piano, ma mi piacerebbe anche esplorare il mondo maschile”, dice la regista, ora più riflessiva, e continua: “mi intristisce che le donne chiedono di sperimentare il mondo attraverso gli occhi di uomini, oggi solo il 5% dei registi è donna. Certo, uno sguardo femminile possono averlo sia uomini che donne, non dimentichiamo però che ogni essere sulla terra c’è perché arrivato attraverso una donna ed è un bene per l’uomo sapere come sentono le donne. Per me è fondamentale l’esplorazione del pianeta femminile più vicina allo sguardo della donna sul mondo.”

Jane Campion e Nicole Kidman

Sguardo che irrompe in modo esplicito nel primo corto Peel (1982), dove il ragazzino per capire le reazioni diverse della mamma e del papà fissa i loro sguardi e Jane Campion li amplia entrambi a grandezza schermo, soffermandosi su quello femminile come per sottolineare il suo e il nostro punto interrogativo: come vede la donna? Altrettanto forte sin dall’inizio è una certa leggerezza ironica, che attraversa in filigrana ogni suo film e vera protagonista del corto (in bianco e nero) Passionless Moment, per cui Jane Campion ha curato anche la fotografia, e si vede: sperimenta il linguaggio per immagini in tutte le sue dimensioni e profondità lavorando da vicino, da lontano, in strane diagonali, per stravolgere fisionomie realistiche portandole quasi all’astrazione. Come In the Cut per filmare il desiderio fa parlare il linguaggio visionario del desiderio iscrivendosi in una New York insolita.

“Non essendo americana ho osservato la città con sguardo antropologico e per trovare la tavolozza dei colori abbiamo passato (Laurie Parker, produttrice, e Dion Beebe, già direttore della fotografia per Holy Smoke, ndr) una settimana in clausura creativa a guardare film, tra cui Il padrino, e le riprese in India per Holy Smoke con la cinepresa in movimento libero per esprimere la confusione della metropoli”, spiega ancora Jane Campion, che nel corso del seminario tenuto a Bologna oltre a svelare che è sempre lei a inventare inquadrature e movimenti di macchina (“altrimenti non è più il mio linguaggio”) fa sapere anche il nome del suo vero maestro: Federico Fellini. “La dolce vita, Otto e mezzo sono meravigliosi esempi di coreografie distinte della cinepresa da un lato e degli attori dall’altro, con conseguente fluidità nel linguaggio visivo. Tutti hanno imparato da lui, anche Scorsese.”

Per il lavoro con gli attori Jane Campion non smette mai di citare Harvey Keitel che in occasione di Lezioni di piano (1993) le ha insegnato la potenza dell’improvvisazione, con la consapevolezza di saperla cogliere e guidare al momento del ciak. “È importante avere un periodo di prove in cui gli attori possono conoscersi, tra di loro e nel personaggio, per creare una fiducia di base che poi è il trampolino di partenza per il film. Spesso sono gli attori a regalarci le emozioni profonde che permettono poi a noi, dalla parte della regia, di strutturare le unità narrative percorrendele lungo questi binari insondabili.”
Un lavoro duro, ma l’importante è divertirsi, sorride smagliante la signora del cinema.