Incontro con Dusan Makavejev

Regista attivo nella ex Jugoslavia socialista di Tito e dopo, per parlare dei suoi film e di come è cambiata la visione nell’era digitale

“I diversi filosofi hanno solo interpretato il mondo, l’importante è cambiarlo” (Karl Marx)

Si diverte a parlare del suo cinema, come un tempo si divertiva a farlo: Dusan Makavejev, a 79 anni era ospite per qualche giorno dell’Österreichisches Filmmuseum nel mese di aprile 2011 per la prima retrospettiva completa della sua opera, mai vista prima in Austria. Per l’occasione l’istituzione austriaca ha fatto restaurare alcuni titoli che erano in pessime condizioni, soprattutto i primi cortometraggi, che si sono potuti ammirare nei loro colori originali (in particolare Slikovoica pcelara, che in italiano significa Album dell’apicoltore, dove grazie alle immagini dipinte sulle arnie si rivisita in modo originale la storia antica delle terre balcaniche). Tre titoli invece erano stati curati personalmente dall’autore con l’aggiunta di nuove musiche di Zoran Simjanovic, tra cui il primo che aveva suscitato scandalo a Belgrado, Somenicima ne treba verovati ossia Non ti fidare dei monumenti (1958), dove l’erotismo fa a gara col culto delle personalità politiche. Prontamente censurato, come Parada, girato quattro anni dopo.

Fotogramma da WR – I misteri dell’organismo

Vedere i suoi primi lavori realizzati a partire dal 1955 secondo il classico iter di un cineasta in un paese a regime socialista (dai corti si passava ai documentari per poi entrare nella produzione di film di finzione), fa comprendere le radici del suo humour nero ma anche della grande capacità di analisi della società politica contemporanea. I suoi film, visti col senno di poi, benché ambientati in situazioni e tempi ben determinati, quella della guerra fredda e della sua fine, emanano tuttora profondità di spirito e feroce analisi dei comportamenti umani ad ampio spettro. A partire dal più famoso (e meno visto forse) WR-I misteri dell’organismo, film saggio, collage, commedia nera, musical, documentario realizzato nel 1971, in cui il tema si fa linguaggio, il privato si fa pubblico, il pubblico si fa politica, nel pieno rispetto della liberazione sessuale in atto negli anni sessanta poggiando sulle teorie di Wilhelm Reich, egli stesso perseguito dal nazismo, prima, e dal maccartismo poi, una volta emigrato negli Usa. Il film sprizza energia in tutte le direzioni culminando nel parallelo tra i regimi dittatoriali in virtù di un altro parallelo (più generale) tra potere e virilità, sottolineato dal magnifico collage sonoro-musicale a firma di Bojana Marjian, sua compagna di lavoro e di vita.

Il manifesto di Coca Cola Kid

Non stupisce se l’allora capo dello stato jugoslavo Tito lo censurò e mandò il suo autore ai “lavori forzati all’estero”, come ama dire lo stesso Makavejev che dal 1972 visse in giro per il mondo per riuscire a realizzare i successivi non meno sarcastici film, in co-produzione internazionale: Sweet Movie, Montenegro Tango, Coca-Cola Kid, per citare i più noti, indagando rispettivamente ancora il mondo del sesso, della repressione sessuale e degli emigrati e infine quello delle multinazionali liberiste, non venendo mai meno al suo spirito anarchico, creando satire mordenti e oltrepassando liberamente qualsiasi schema di riferimento cinematografico. “Di fatto non ho mai smesso di fare documentari, evidenziando la realtà per far riflettere sulla realtà”, ha precisato Makavejev durante la presentazione a Vienna, dove lo abbiamo incontrato parlando soprattutto del primo periodo a Belgrado.


 

Intervista

  • Bandito per tanti anni dalla Jugoslavia, quali furono le impressioni, o meglio i ricordi, una volta tornato dopo il 1988, anno in cui le fu annullato il divieto di entrare nel suo paese natale?

Può sembrare strano ma i ricordi che più mi assalivano erano molto più indietro nel tempo: mi vedevo ragazzino che si aggirava nelle strade del quartiere dove abitavamo nel periodo della seconda guerra mondiale. Quando si usciva dai rifugi, poteva capitare di vedere scenari che oggi si direbbero da film horror: persone smembrate, i cui pezzi erano seminati per terra. Poteva capitare che passando si scorgeva un braccio sul terreno, una mano, e ora che ci ripenso, quelle immagini si erano talmente iscritte nella mia memoria che più tardi, quando avevo cominciato a fare i miei film, vi erano entrati a far parte come elementi scenici. Spesso mi si chiedeva il significato di ciò che si presentava come assurdo o grottesco, ma erano reminiscenze del mio passato. Come si fa a dimenticare tali violenze? Le avevo inserite in alcune scene di miei film senza rendermi conto che si imponevano direttamente dal mio vissuto di allora…

Fotogramma da WR – I misteri dell’organismo

  • Il motivo per cui lei fu bandito fu l’ormai mitico WR-I misteri dell’organismo del 1971. Vista l’impopolarità delle teorie sulla liberazione sessuale di Wilhelm Reich, dove aveva trovato il suo libro?

In biblioteca, all’università, c’era una sezione dedicata al marxismo dialettico e la psicanalisi, e lo trovai là. Credo di essere stato l’unico ad averlo letto. Ricordo che c’era una introduzione scritta da un segretario del partito, successivamente morto in un ospedale psichiatrico. Mi avevano molto incuriosito e stimolato, gli scritti di Reich, e una volta saputo che lui fu costretto a emigrare negli Usa avevo deciso di seguirne le tracce con un documentario. Cercavo altri testi, anche di Erich Fromm, nelle biblioteche americane ma li avevano già tolti dagli scaffali in seguito all’epurazione dei testi libertari negli anni cinquanta. Uno dei motivi era forse che ci vivevano soltanto cattolici irlandesi e inglesi capaci di leggere unicamente identificandovisi e quindi si erano spaventati davanti a un immaginario sessuale. E cos’hanno fatto? Hanno bruciato ben sei tomi di preziosi scritti di Wilhelm Reich!

  • Ci può raccontare qualcosa delle attività al Kinoklub di Belgrado, fucina della nouvelle vague jugoslava negli anni sessanta, meglio nota come “onda nera”?

L’avevamo creato in un gruppo di studenti universitari, tutti amanti del cinema, per guardare i film che ci piacevano e fare noi stessi i nostri primi esperimenti pratici molto underground. Invitammo Henri Langlois della Cinémathèque Française che ci portò alcuni film clandestinamente, che noi vedevamo altrettanto clandestinamente nel corso di proiezioni notturne, attorno alle quali si erano sempre alimentate interessantissime discussioni su cinema e politica. Erano i tempi d’oro a Belgrado, quelli!

  • Parliamo un po’ di quei corti, in cui s’intravede l’ampio paradigma della dimensione grottesca che regnava nel mondo superburocratico della ex Jugoslavia socialista di Tito, ivi descritto con grande sense of humour e ironia.

Ho sempre pensato che fare cinema in fondo è un gioco: si gioca coi personaggi, con la storia, con le scene scritte nella sceneggiatura in cui ho da sempre inserito gli elementi che via via si presentavano nelle giornate delle riprese, cambiando scene, montaggio e musiche. In Pecat (t.l. Timbro) per esempio, un uomo morto si ricorda di tutti i timbri di cui aveva avuto bisogno nel corso della sua vita, e in Pedagoska bajka (t.l. fiaba educativa) ho ripreso la storia di Biancaneve facendone la prima versione socialista, appellandomi a ciò che aveva scritto il giovane Marx: “i diversi filosofi hanno solo interpretato il mondo, l’importante è cambiarlo”.

  • Un punto fermo, quello di stimolare il cambiamento, che fa da perno centrale a molti altri film a seguire, sin dai corti come Parada e Sto je to radnicki sovjet (t.l. Che cos’è un consiglio aziendale?), in cui si individuano parecchie note critico-sovversive acute e ben metaforizzate nei confronti del regime censorio.

Della parata tipica del Primo Maggio ho voluto mostrare il “fuori campo” per cogliere il tipico spirito “fuori campo”, appunto; mentre nel secondo ho semplicemente raccontato ciò che si voleva che facessero i consigli aziendali: lottare per i diritti degli operai.

  • In Dole plotovi (t.l. Abbasso gli steccati) vediamo i bambini giocare dentro i cortili delle case chiusi da muri, una veduta dall’alto sottolinea quella divisione angosciante, finché scatta in loro lo stimolo per oltrepassarli. Una visione del futuro crollo del muro più simbolico, quello di Berlino?

È interessante che questo film girato per un’associazione a favore di spazi di gioco all’interno dei vari blocchi di case popolari susciti le più diverse interpretazioni. Ricordo che al festival di Oberhausen il pubblico era in delirio per questo piccolo film, a mio avviso molto ingenuo, in cui loro invece avevano visto un saggio visivo contro i mostri architettonici che andavano imponendosi un po’ ovunque negli anni sessanta. Certo, in ogni film ci sono elementi visionari, spesso involontari, ma mi diverto a dire che lo sapevo che il Muro sarebbe crollato prima o poi…

  • Nuovi progetti?

Per ora rifletto molto sul linguaggio cinematografico. Un film è fatto principalmente di cut (i tagli di montaggio), di 24 fotogrammi di luce e 24 fotogrammi di buio, per cui un lungometraggio che dura più o meno due ore ci fa passare ben un’ora al buio! Quel tempo passato al buio serve a elaborare nel nostro cervello tutte le informazioni visive ricevute nel tempo di luce, e al contempo si entra in contatto anche con il nostro buio, con tutte quelle parti dark della nostra anima. Ora invece, con le nuove tecnologie c’è un fluire ininterrotto di pixel nelle versioni digitali, non c’è più il buio che si alterna alla luce, bensì una continua informazione. Il silenzio visivo non c’è e quindi viene a mancare il tempo necessario per elaborare tutto ciò che si incamera. Col risultato che non si ricorda nulla! Vorrei patentare questa riflessione.

 


 

Note biografiche

Nato nel 1932 a Belgrado, dove è morto nel 2019 all’età di 87 anni. Negli anni del Duemila, il regista visse tra Parigi e Belgrado, dopo aver girato il mondo per riuscire a fare i suoi film da cineasta esule: dopo il fortunatissimo Sweet Movie del 1974, in cui si era avvalso della collaborazione della (ex) comune di Otto Mühl (uno degli esponenti dell’azionismo viennese e che della teoria reichiana aveva fatto la filosofia base nella sua fattoria situata nel Burgenland in Austria, sciolta dal 1991), era arrivato Montenegro Tango girato in Svezia, attualissimo rivisto oggi dato il tema del “Gastarbeiter” (lavoratore immigrato) che Makavejev vide nella sua duplice chiave: “ho voluto parlare non soltanto degli immigrati della mia zona balcanica, ma anche dei ricchi americani borghesi rappresentati nella figura della donna insoddisfatta che trova rifugio nel quartiere di Zanzibar, così chiamato in omaggio a un famoso bar a Cannes”.

Vi erano seguiti i meno fortunati Coca Cola Kid realizzato in Australia nell’85, Manifesto negli Usa (1988) e gli ultimi Gorilla bathes at noon (uscito in Italia col titolo Il gorilla fa il bagno a mezzanotte, 1993), A hole in the Soul (un documentario autobiografico girato per serie televisiva Director’s Place della BBC nel 1994) e Drøm (episodio del film Danske piger viser alt, del 1996, realizzato con 20 episodi girati da altrettanti registi di fama internazionale, tra cui Mika Kaurismaki e Zhang Yuan e Kristof Zanussi su diversi aspetti nella cultura danese; infatti il titolo internazionale è Danish Girls Show Everything).