“Incompiuto: nascita di uno stile“

Alterazioni Video in mostra a Kunst Meran/o Arte

 

Per circa tre mesi hanno riempito due dei tre piani dello spazio espositivo di Kunst Meran/o Arte sotto i Portici con i loro video, le installazioni e i collage fotografici: il collettivo artistico Alterazioni Video composto da cinque artisti, Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Matteo Erenbourg, Andrea Masu e Giacomo Porfiri. Fondato nel 2004 a Milano, oggi gli artisti vivono tra Milano, Berlino e New York e si riuniscono per i diversi progetti realizzati assieme, ultimo quello ispirato al circo, a Venezia, The New Circus Event.
L’aspetto più intrigante della mostra di Merano è che si passa attraverso diversi mezzi di espressione che dipanano in varie direzioni l’oggetto indagato, ossia l’incompiuto come stile: la curatrice Christiane Rekade l’ha chiamato un percorso “Parkour“, al pari di quel modo rapido e veloce ed estremamente audace di muoversi nelle e sulle architetture della città da parte di coloro che dominano quella disciplina in cui si salta da un tetto all’altro o ci si arrampica su per i muri per poi – apparentemente – buttarsi nel vuoto, sapendo benissimo di trovare sempre e comunque un appiglio, da qualche parte.

Certo, il collettivo Alterazioni Video, sa dove trovarlo. Chi, se non loro, che hanno fatto una oltre decennale ricerca delle architetture incompiute in giro per l’Italia, a partire dalla città incompiuta per eccellenza, Giarre, in Sicilia? Lo sanno, perché ne hanno documentato tante di costruzioni che finiscono nel vuoto, colonne che avrebbero dovuto reggere altri costrutti e che invece sono ricoperte da piante ramificanti, ponti che si arrestano inaspettatamente nel cielo blu o che sono già ricoperti dal verde di un prato, sospeso nel nulla, o una scala mobile che si erge verso il cielo… – come infinita speranza di approdarvi un giorno? Chissà cosa aveva pensato colui che l’aveva progettata, o meglio chi ne ha interrotto la costruzione? Incompiuto: la nascita di uno stile, l’hanno chiamata la loro mostra: dove incompiuto – come già detto – sta per più ambiti: la scultura-installazione nella prima stanza che propone tante strane colonne in cemento, Palms (2019), basi longilinee a forma di tubi cilindrici reggono sacchi di cemento al pari di teste o corone, con stampati sopra i più svariati disegni e motivi che rimandano a macerie, materie edili, sassi, decomposizione organica. Tutto all’insegna dell‘incompiuto.
Che cosa significa questo concetto per gli artisti? “L‘Incompiuto è espressione della contemporaneità, la nostra anima è incompiuta, la nostra fede, il nostro amore, il nostro odio“, hanno detto a Christiane Rekade, la curatrice, nella intervista riprodotta sul catalogo, “ciò che è compiuto è morto!… Ciò che è incompiuto è sempre in cambiamento”. Incompiute sono anche le loro competenze, in quanto non hanno remora nel dire che “una vita sola non basta per essere bravi in tutto“, ed è per questo che Alterazioni Video si avvale di ampie collaborazioni nei loro progetti. Qui del fotografo Gabriele Basilico per “imparare a star fermi e guardare“, del collettivo letterario Wu Ming che già aveva insegnato loro “i piccoli segreti della mitopoiesi“, del sociologo francese Marc Augé che li ha stregati con i suoi racconti e la totale libertà (di pensiero e di fatto nella sua vita). Si potrebbe dire tranquillamente che il video in cui lui è in dialogo con Robert Storr, un curatore americano, è il cuore pulsante della intera mostra. La strana coppia seduta nel mezzo di una delle tante rovine in una vivida luce solare, tipica del sud, tocca punti di alta filosofia muovendo dall’archeologia alla science-fiction nel mettere a confronto reperti di un mondo antico e reperti di un mondo in divenire, incompiuto. Quale la differenza? Un domani, quando nessuno saprà più distinguere uno stabile incompiuto da uno stabile veramente in rovina?

Intrigante è anche la saletta che ospita la recente collaborazione con lo stilista di moda Virgil Abloh (direttore artistico della Louis Vuitton e fondatore del Label Off-White) per la nuova collezione uomo Off-WhiteTM del 2019. Una ironia rispetto a grandi stilisti che scelgono le più assurde location per creare i loro shooting con le modelle o i modelli, oppure una iperbole ironica riguardo all’intero sistema arte/artefatto/arteficio/artificio? Ci sono tre stampe gigantesche su pannelli cromati metallici, superfici riflettenti, per cui lo spettatore – passando – vi scorge anche la propria dentro quelle silhouette incompiute, dove posa un ragazzo-modello nero, con grandi occhiali bianchi e abiti straeleganti in una sorta di combinazone flash-shock, contro ogni abitudine. Nel video che scorre in parallelo dentro un monitor vecchio stile, quadrato, il ragazzo è in compagnia di altri giovani in pose che mettono a fuoco l’alienazione in un mondo tecnologico dove la realtà concreta sfila in secondo piano rispetto all’apparire, alla immagine, veloce e sfuggente. Un esserci frammentario, istante per istante, dentro il momento e non oltre. Per la gioia di una esistenza che si specchia nel proprio dispositivo dove essa si annulla immediatamente nella sovrapposizione di un‘altra immagine, successiva, e un’altra ancora, perdendo ogni contatto con ciò che ci circonda, che rimane incompiuto, appunto. A questo proposito prendiamo in prestito un‘altra dichiarazione del collettivo, individuata nel catalogo: “Se l’incompiuto è veramente uno stile, la moda come la televisione, la società pubblica, i politici, gli storici, gli attori, i comici, i professori e i poeti vi si ispireranno, lo contesteranno o definiranno meglio. La moda è ormai parte del dibattito contemporaneo prima dell’arte. Non solo buona parte delle produzioni artistiche di un certo spessore è sostenuta, prodotta e selezionata da case di moda, ma presto (non ci siamo ancora) le vetrine dei negozi saranno più interessanti delle sale del MoMA, o forse le sale del MoMA diventeranno vetrine per scarpe da ginnastica…“ Fin qui queste parole suonano realistiche nel delirio generale del produrre sempre di più, e sempre di più, anche per il solo piacere del produrre. Negli anni novanta del Novecento si parlava di “edonismo“, poi – però – si aggiunge un più riflessivo finale: “Anche solo come pop-up temporanei, per rispondere alla crisi…“, e il tutto assume un significato completamente diverso, più dentro nella complessità delle riflessioni del duo Augé/Storr o di Paul Virilio, pubblicate nel volume (edito dalla Humboldt, già in ristampa nell’ottobre 2018, dopo la prima uscita in giugno dello stesso anno). Questo librone raccoglie la mappa intera della ricerca realizzata in tutta Italia, evidenziando nelle singole regioni in punti piccoli o più grandi la densità di costruzioni non finite. Virilio, meglio noto come autore della Estetica della sparizione o come “filosofo della velocità“, propone di considerarle a mo‘ di “infra-strutture“ nel senso di „strutture in attesa di….“, strutture che sono a mezza via tra un interno e un esterno, se non addirittura da considerarsi “monumenti al pericolo della disoccupazione strutturale nel settore della edilizia“. Ossia, di quando la realtà oggettiva si fa (involontariamente) carico di realtà soggettive, assumendo dunque il potenziale di una figura mitica – come prefigurato da Roland Barthes nel suo Miti d’oggi – essendo completamente svuotata di senso proprio.

Ma torniamo al discorso più sociologico di Marc Augé, che nello stesso volume descrive (nel 2018 da New York) certe caratteristiche italiane derivate appunto da quelle architetture incompiute, le quali così avanzano (anche) a livello di metafora: “Non c’è paese più ricco di rovine, e quindi di sogni, dell’Italia. L’Italia ha tutto: Grecia classica, Roma classica, barocco, epoca moderna, e anche quella che si definirebbe postmoderna. C‘è un particolare tipo di rovina che si sviluppa dagli anni cinquanta, fino ai giorni nostri: la rovina incompiuta. Non un edificio o un monumento lacerato: piuttosto uno che non è mai stato terminato del tutto. Questo tipo di architettura crea una diversa tipologia di rovina essendo le aggiunte e le sottrazioni arbitrarie, in modo imprevedibile. È come se un costruttore, quasi surrealista, avesse all’improvviso iniziato a erigere qualcosa e altrettanto all’improvviso si fosse fermato per motivi che non scopriremo mai, per cui si possono incontrare scalinate che non portano da nessuna parte e pali che non sorreggono nulla – ogni genere di anomalia architettonica”. Il testo continua affermando che il piacere di contemplare queste rovine sarebbe pari a quello di “indovinare come sono arrivate lì e il perché sono andate a finire così“. Per certi versi, si tratterebbe di “uno stile internazionale“, sebbene peculiare dell’Italia, anzi, della Sicilia, dove trae la sua origine. E qui Marc Augé arriva al dunque: “Se si capisce un po‘ come funzionano le cose in Italia in generale – basti pensare al numero di governi che si sono succeduti e alle divisioni regionali, municipali e nazionali – non è difficile immaginare che in queste situazioni nessuno è davvero responsabile“. In quanto “qualcuno“ era responsabile del progetto, “qualcuno“ di un’altra parte del progetto, e “qualcuno“ di altro ancora, e poi tutti questi “qualcuno“ hanno – chissà per quale ragione? – abbandonato il tutto! Eppure – sottolinea il sociologo francese – “una realizzazione fallimentare“ non vuol dire sempre “un fallimento del progetto“, e quindi dell’edificio da costruire, anzi, lui parla di “strutture eleganti“, di „tecnologie del tardo ventesimo secolo“ e della loro bellezza che sta esattamente nel loro essere incompiuti, visto che mostrano ossature nude e complesse altrimenti assolutamente invisibili in un edificio compiuto. Poi Marc Augé si rifa a Marcel Duchamp che parlava di oggetti-pensiero e arriva a dire che in fondo l’architettura non è altro che “un oggetto pensato“, bella o brutta, realizzata o incompiuta, che sia. Forse non è male immaginarsi di incamminarsi in mezzo a oggetti-pensiero che hanno preso le forme più diverse e come nel miglior mondo delle fiabe e delle leggende, si incontrano sempre mostri con tante teste o senza un braccio o con una gamba sola…

Come peraltro si riscontrano nelle mirabolanti composizioni inventate sulla base di edifici pianificati ormai volatilizzti, come la mai finita Diga di Torpè, l’Area per anziani a Ispica, gli Alloggi popolari di Comitini o l’Istituto medico psico-pedagogico di Trani, tutti oggetto di un gioco di percezione, corpi galleggianti nel mare agro-dolce dell’infinito mondo burocratico, astratto per eccellenza.