Guerriglia della percezione

Incontro con Hawad, poeta e performer tuareg, inventore delle “furigrafie” che scaturiscono dal furore interiore, “eruzioni verbali e gestuali”, intese come “piccole unità di dolore” per “far uscire il male percepito”

 

Degli uomini blu porta i colori, pantalone e camicia jeans, sciarpa di cotone azzurra legata al collo. Ma soprattutto conserva la scia della memoria di appartenenza a un popolo disperso nel deserto. “Ma non cado nella trappola di chi vuol fare di me un’apparizione folkloristica”, esclama deciso Hawad, poeta tuareg nato nel 1950 nell’Air, un massiccio montagnoso del Sahara centrale. Di passaggio a Bologna (alla festa dell’Unità nel 2000) è intervenuto al ciclo Poeti del mondo in un dialogo con Alberto Masala (poeta sardo) e Luciano De Martinis (editore di Le parole gelate, che aveva pubblicato alcuni suoi testi in italiano, da Il cammino solitario di un poeta tuareg, Virata d’orizzonte a Il gomito stridente dell’anarchia – cui sarebbero seguiti Carovana della seta, edito da Gallino nel 2001 e Dentro la Nassa, edito da Edizioni Via Montereale nel 2016). Hawad scrive nella sua lingua, il tifinagh, la scrittura tuareg da cui ha elaborato le sue furigrafie. “Scaturiscono dal furore interiore inteso nel senso latino della parola: fuori. Intendo dunque far uscire i vulcani dentro di noi, il male percepito, come se fossero delle deflagrazioni di bombe atomiche. Le furigrafie sono per me il furore verbale unito al furore grafico e gestuale nel compierle. È necessario trovare piccole unità del dolore, esibirle, coniugarle in un ampio spettro e abbinarle al gesto”.

Il dolore per Hawad è la forza motrice della sua poesia, il dolore per il suo popolo cacciato dal proprio territorio, dai propri percorsi nomadi, dalla conquista coloniale. “Appartengo a un gruppo tuareg, noi siamo una confederazione di tante cellule politiche, il mio gruppo era costituito da 900 famiglie e nel 1920 non ne erano rimaste che 60. Le altre erano state tutte massacrate dalle mitragliatrici coloniali turche, italiane e dai loro alleati inglesi. Quando ero piccolo andavo spesso nel deserto a creare i miei mondi con i sassi; in quel periodo ero ossessionato dal pensiero delle carovane di gruppi di uomini e donne costretti ad affrontare il deserto, dopo aver perso la battaglia, allora nel 1917. Pensavo a loro che giravano, si perdevano, si separavano e si riunivano spinti in territori stranieri. E io rifacendo lo stesso con i sassi, mi spingevo a fondo nel loro smarrimento. Ed è a quel teatro che mi rifaccio, essendone io un ricettore diretto”.


 

Intervista

  • Che cosa significa per te la poesia?

È una questione di posizione, di sé e delle parole, un fatto di gestualità, e quando dico gesto intendo l’atto. L’atto poetico. Trovare questa posizione significa anche trovare lo spazio dell’opposizione, che non è uno spazio qualsiasi, ma è lo spazio dell’immaginario, dove si delinea la posizione del poeta, dell’obiettivo e la traiettoria di ciò che potrebbe essere la freccia tirata da un arco. È l’attitudine di un combattimento ma anche di una presa di coscienza di se stessi. Atto sensibile, polivalente, compiuto all’interno di uno spazio colmo di moltitudini, delimitato eppure sempre in movimento. Una specie di teatro dell’azione, dove il poeta è l’autore-attore e al contempo lo spazio scenico, dove si svolge un teatro libero, tragico e dinamico.

  • Nel tuo caso è l’uso delle parole…

Recitare parole significa provocare un’immaginazione grazie all’uso della metafora. E cos’è una metafora? Una “meta-fora”, un’immagine che ci porta oltre, fuori dalla forma. Nella poesia c’è una moltitude des voix, di voci e di vie, una sorta di “vocivia”. Chi si trova al centro di questo vocivia non deve limitarsi però ad accogliere le suggestioni, le emozioni che percepisce e tenerle per sé – come alcuni poeti che certo sono magnifici come per esempio Hölderlin che raggiunse vari gradi di estasi – queste voci, queste vie non vanno solo raccolte come delle rivelazioni per poi tremare come una piccola tortora colpita da una carica elettrica. No, bisogna sapere anche strumentalizzarle e redistribuirle. Mi spiego: chi riceve è uno spazio, io poeta per esempio, ma io sono anche un tramite e quindi sentendo la vibrazione la seguo e la trasmetto, la comunico con l’aiuto delle parole. Ma non sono io che parlo, è la vibrazione che si esprime. Essendo un tramite non faccio niente, cioè la faccio passare attraverso di me. E questo processo lo chiamo “guerriglia della percezione”. L’intero terreno sociale, le assi delle azioni, lo spazio, le emozioni, si allacciano, entrano in funzione, liberamente, come degli elettrodi, liberi, ognuno lavora dentro la propria asse per riunirsi in un’opera, l’ “altra poesia”. Le metafore sono libere, io sono fuori da questa scena di collisione e azione. Ma è difficile raggiungerlo, questo spazio di puro immaginario, di libertà fluttuante, bisogna avere la consapevolezza che al di là dell’azione, della danza corporea o verbale, esiste un altro teatro, il teatro della percezione.

  • A cosa ti riferisci?

Al mondo della transe non nel senso in cui lo chiamano i greci e i latini, trans, “andare attraverso”, “andare oltre”, ma in quello della mia lingua: “elevare se stessi”. Elevarsi vuol dire “entrare nel mondo della percezione”. Questo universo in molte culture monoteiste, soprattutto nelle culture mediterranee, è lo spazio in cui avviene la rivelazione di Dio, o di altre entità spirituali. Presso molti popoli questo spazio della percezione viene attribuito metaforicamente alla musa ispiratrice, alle ninfee o al diavolo. Ma il diavolo che cos’è? Non è altro che lo spirito, lo spirito della percezione. Comunque non è questo il punto, l’aspetto davvero interessante è che questo stato al di là dell’azione – e l’azione ci vuole per raggiungerlo – arriva laddove la poesia si mostra nella sua essenza, e cioè nella vita tout court. Perché l’energia, la vibrazione, la carica elettrica risiede ovunque.
Oggi, nel XXI secolo, tutto questo cosa significa? Ci sono molte culture intorno a noi dove si ha l’impressione che si sia arrivati al limite della parola, del senso. Che fare allora? Bisogna trovare un sistema di riciclaggio delle forme, dei sensi e dei significati, dei suoni e dei rumori che ci siamo lasciati addietro, e rielaborarli non solo a un livello estetico ma prenderli uno per uno e ricomporli. Come se ci si addentrasse nell’atelier di un artista, dove per terra ci sono migliaia di tracce della sua arte, bisogna raccogliere queste tracce, questi frammenti, ma non riunirli soltanto in un oggetto o in un’opera d’arte ma ogni frammento, ogni scarto acquisisce le potenzialità di un elemento attivo, libero, di tanti versi fluttuanti nello spazio che si mettono a con-versare. Ecco io faccio parte di quei poeti che noi chiamiamo “bl-bl”, un onomatopeico tuareg per definire l’acqua che bolle, blblblblbl, l’acqua delle emozioni bolle e fa uscire l’arma della poesia. Non la poesia estetica il cui obiettivo è trasmettere un messaggio.
Ovvio, anche noi vogliamo dare un messaggio ed è quello del fare poesia. Una poesia che agisca come pugni per svegliare le persone dal torpore, andare a fondo nell’arte. Il problema è che siamo tutti stretti nelle strutture, siamo umani, siamo deboli, soggetti a organizzazioni mentali, poetiche, sociali. Siamo parte di universi linguistici, e una lingua è un terreno, è lo stato più terribile che esiste. Una lingua è l’organizzazione più piramidale e faraonica che esiste in questo mondo. E la mia poesia vuole rompere e far rompere questo ordine apparente, produrre la sovversione delle regole. La poesia non sta nel mondo dell’estetica, sta in noi, nelle nostre emozioni, nelle nostre passioni, la vita è un teatro infinito senza teatro.

  • Dal 1981 vivi in Francia, ad Aix en Provence. Che rapporto hai mantenuto con il tuo popolo?

Ci torno ogni anno clandestinamente attraverso il Niger. Ho un progetto importante: vorrei realizzare un Institut Nomade a Agadez, città nel nord del Niger al confine con la Libia, punto di incontro tra la civiltà mediterranea e africana. E’ come un crocevia di culture, e il mio desiderio è portare il sapere e altre culture ai tuareg affinché loro stessi possano produrre autonomamente. Una risposta al colonialismo.
Il mio dolore non deriva solamente dalla causa tuareg, non mi interessa portare avanti un discorso di recupero della tradizione, mi interessano le culture. Le tradizioni sono conservazione, convenzioni statiche, a me interessa stimolare la progettazione grazie alla conoscenza della cultura. Sono un tuareg sopravvissuto, abbiamo perso il nostro destino, il nostro territorio, i luoghi della vita e della cultura, siamo diventati come delle carcasse. Ma a partire da lì per me arriva la fonte della letteratura, la cura della cultura, della memoria.

  • C’è un forte rapporto con la natura, la scrittura segnica sulle rocce… Tu stesso hai fatto performance nel deserto, scrivendo sulla sabbia. Che effetto ti fa vedere stampate le tue poesie sulla carta?

Perché scrivo sui libri oggi? Ci servirebbe un altro spazio, a noi tuareg, e il libro è uno spazio. Prima avevamo il nostro spazio, il deserto, ma ora quello spazio è diventato veramente deserto, le tv, le nazioni, le frontiere ci hanno privato pure di quello. Ora, voglio trovare un tipo di scrittura che ricostruisca quel tipo di spazio del deserto dinamico, vivo, e bisogna trovarlo nei libri. Così i libri diventano territori da percorrere: la vita la morte l’immaginario, senza regole, le forme delle parole plasmate in diversissime forme di un paesaggio geografico. Questa frammentazione porta alla conoscenza come il deserto, per me che l’ho conosciuto come terra che ha accolto il mio popolo, oggi quando vado nelle metropoli vedo dei deserti umani. L’aspetto più interessante è metterli a confronto, questi due deserti, quale lo è di più?
Le città sono una moltitudine di deserti, in cui, come nel deserto minerale, pullula la vita degli uomini, ma non c’è “vita”, il loro sguardo è spento. Non c’è rapporto, non esiste concatenamento. Dunque, da qui nasce una nuova forma di scrittura, un mondo altro. La mia scrittura raccoglie tre deserti, il deserto minerale dove sono nato, il deserto del mio popolo distrutto e il terzo che è il sistema che ha distrutto il mio popolo, anch’esso oggi un deserto, distrutto. Cosa fare, allora? Creare un altro deserto ancora, la scrittura per l’appunto. Un deserto che non è statico perché nessun deserto è veramente tale, anzi, ha una natura di tutt’altro genere. E’ vero che si presenta come un luogo immobile, ma ci vuole la capacità di immaginare il dinamismo vivacissimo delle forme, le pietre, le carcasse, gli animali, gli uomini. Tutto questo non è addormentato e la stessa cosa accade nelle città: New York è un deserto dormiente ma vivacissimo, dove le macchine e le persone corrono tutto il tempo a gran velocità.

(il manifesto, 4 gennaio 2001)


 

Due note attuali sul poeta Mahmoudan Hawad

L’incontro risale al 2000, ma Hawad non si è fermato e ha continuato e continua a scrivere. Egli – come scrive Alberto Masala sul suo blog – si serve della poesia, «cartucce di vecchie parole, / mille e mille volte falsate, aggiustate, ricaricate», come strumento di resistenza. E non manca mai di nominare i gradi di decomposizione del corpo tuareg a colpi di interessi minerari internazionali che spingono verso la distruzione e lo smembramento del popolo e della terra che abita(va).

Terrore e disastro!

Azawad

sei preso di mira.

E dietro di te,

stampato sulla tua schiena,

sono colpito io.

Popolo Tuareg

dal fiato intossicato,

popolo di rettili ed insetti

con la corazza pietrificata

dalle radiazioni

e uccisioni atomiche.

Originario del Sahara centrale, sotto amministrazione del Niger sin dal 1960, il grande poeta tuareg scrive nella sua lingua, il tamajaght (una varietà del amazighe) che annota in tifinagh, l’alfabeto tuareg. I quindici volume finora pubblicati sono stati tradotti nella lingua francese dall’autore assieme a Hélène Claudot-Hawad, antropologa e grande studiosa del popolo tuareg, nonché moglie del poeta, e spesso editati in versione bilingue. Anche in varie altre lingue (olandese, italiano, spagnolo e arabo). Nel 2017 è stato insignito del 12° Premio internazionale di poesia Argana conferito annualmente a Rabat dalla Maison de la poèsie grazie a una giuria composta da poeti e critici dei paesi arabi, quell’anno era presieduta dal poeta libanese Issa Makhlouf. Nello stesso anno Gallimard ha pubblicato una raccolta di poesie scelta tra molte già edite, arricchita di alcuni inediti, dal titolo Furigraphie: poèsies 1965-2015 – finora il volume più completo dedicatogli. Nel 2018 era seguito Les Cordes du Souffle edito da Portique Nomade con sede tra Aix-en-Provence (la città in cui vive) e Agadez, la città sulla frontiera al nord del Niger con la Libia, quel Centro di cultura nomade di cui aveva parlato nella nostra intervista e che è riuscito a realizzare pochi anni dopo. Infatti nel 2006 e nel 2010 vi ha organizzato i suoi Rencontres furigraphiques.

Alberto Masala ha tradotto (dal francese) Dentro la Nassa scritto nel 2014 dal suo amico e compagno di strada per un piccolo editore friulano, Edizioni via Montereale, insieme a Vanni Beltrami, artefice della prima stesura. La cura del libro e l’introduzione sono a firma di Hélène Claudot-Hawad, mentre la postfazione è di Ludovica Cantarutti.
Riporto dal blog di Masala: “Dentro la Nassa è un libro importante che denuncia lo sfruttamento dei territori tuareg da parte delle multinazionali che stanno estraendo dalle sabbie del Sahara metalli rari e preziosi. Un altro terribile genocidio sta avvenendo nel silenzio generale: gli Stati coinvolti tacciono, o falsificano l’informazione, ed appoggiano le compagnie estrattive. Intanto i Tuareg vengono impunemente sterminati.”

E per chi non abbia mai letto versi di Hawad, ecco alcuni stralci riportati da Hélène Claudot-Hawad nella sua introduzione, che da soli urlano al cielo per chiedere giustizia. Per un popolo martoriato da anni.

«Disgustati, / Azawad, sputa dall’alto come un cammello / ma mira bene, sputa sull’occhio buono! /
Un guerrigliero sa scegliere il bersaglio / e risparmiare i colpi!»

«Tu sei solo, Azawad, / senza munizioni né braccia / né compagni o alleati all’orizzonte»

«Chi sono gli Autori dei manoscritti? / Chi sono i fondatori dei muri di Timbuctu? /
Non furono le tribù Imessoufa, Imaqesharen, Igdalen Illemtayenb e gli Igelad, /
Tuareg che oggi (….) sono bruciati»

«Volti specchi infranti, / ritratti di donne bambini vecchi, / terra e uomini gettati nell’incendio, /
i
n ginocchio nella melma / del fuoco che brucia.»

«Privazione, penuria / peste liturgia d’agonie nel caos / epilessia tellurica fremito della terra /
litanie e rosari d’espropriazioni / esclusioni stermini / scorrere di valanghe violenze /
distruzioni e quel che segue / rimbalzi di frammenti di sé / che si schiantano / su altri fischi del nulla»

«Non pensare che sotto la ruota / del carro troverai il nido di una chioccia, / salvezza, oblio, dove celarti»

«Non mendicare il respiro / della tua esistenza, / stravolgi il destino. / Lo sterminatore della tua gente /
non ha bisogno dei tuoi servizi…..»

«Oggi nei cieli del Sahara e del Sahel / non più corvi né avvoltoi, / ma droni e proiettili».